Il primo Novecento – L'opera: La coscienza di Zeno Dentro il testo       I contenuti tematici Nella il Dottor S. si presenta ai lettori definendo il manoscritto di Zeno una (r. 2). Con questo termine intende, all’inglese, “romanzo”, ma forse in esso c’è una punta di polemica del medico nei confronti del paziente e della tendenza di quest’ultimo a non dire la verità, a fingere, a nascondersi: come a dire che il manoscritto non è una cosa seria. Di per sé, la presenza di questo narratore di primo grado che interviene nell’ del romanzo rende il vero protagonista, Zeno, privo di credibilità e di centralità all’interno dell’opera, ponendosi al tempo stesso quasi come un suo antagonista che agisce in modo vendicativo, mostrando irascibilità e supponenza. Ora, dopo la sua nota introduttiva, tutto ciò che il paziente racconterà nel corso del romanzo perderà, agli occhi del lettore, ogni carattere di oggettività, acquistando al contrario un costante valore di finzione e ambiguità. Prefazione novella incipit Il dottor S. e la “novella” di Zeno La cura psicanalitica si basa sul colloquio medico-paziente: soltanto attraverso questo metodo il paziente è portato a razionalizzare i propri traumi, giungendo così a comprenderne l’origine remota. Invece il Dottor S. ha spinto Zeno a una sorta di autoanalisi, abbandonandolo a sé stesso e alla stesura del manoscritto. Ciò va contro qualsiasi metodo di cura. E a poco serve che il dottore si giustifichi sostenendo che la scrittura delle memorie da parte di Zeno era soltanto il (r. 9) alla terapia vera e propria: la sua scelta appare comunque decisamente poco professionale. D’altra parte, anche il fatto che egli abbia deciso di pubblicare il testo di Zeno (r. 13) stride fortemente con l’etica professionale del medico, che deve preservare, prima di tutto, la riservatezza dei dati relativi al paziente. preludio per vendetta Uno psicanalista poco ortodosso Da parte sua, Zeno manifesta subito una certa diffidenza nei confronti della terapia che si accinge a intraprendere e in generale verso le presunte sicurezze della scienza (l’interrogativa iniziale , r. 20, suona come un amaro sberleffo). Alla richiesta del Dottor S. di ricostruire la sua vita a partire dai primi ricordi, egli sottolinea la propria perplessità in merito alla possibilità di riuscirci: sono passati tanti anni e la sua memoria non è così pronta. I suoi occhi sono (r. 20), quindi dovrebbero vedere meglio le cose lontane che quelle vicine, ma tra il passato e il presente si frappongono come (r. 22) le esperienze pregresse, fatti ed emozioni della durata di anni o anche solo di qualche ora. In quest’ultima notazione troviamo, implicitamente, un concetto importante su cui si basa la narrativa novecentesca, cioè l’idea per la quale a contare non è tanto l’estensione cronologica oggettivamente misurabile delle esperienze vissute, bensì il rilievo soggettivo che esse hanno assunto nella psiche individuale: per questa ragione eventi che hanno avuto la durata di anni possono essere meno significativi di altri accaduti in poche ore. Vedere la mia infanzia? presbiti vere alte montagne Zeno e il tentativo di ricordare Zeno cerca di ricordare la propria infanzia, ma con scarso successo: all’immagine di sé stesso bambino si sovrappone quella di un nipotino nato da poco. Da qui si sviluppano alcuni pensieri sull’infanzia, la cui immagine tradizionale e idealizzante è stata demitizzata dalla teoria freudiana. Quest’ultima ha infatti svelato i meccanismi legati alla vita sessuale inconscia dei più piccoli: concetti ripresi in questa pagina sveviana. Va detto che il protagonista non si sofferma molto sugli eventi dell’infanzia, e ciò mostra, da parte di Svevo, un’adesione parziale ai princìpi della psicanalisi; anzi, il suo atteggiamento sembra piuttosto polemico. L’idea che l’uomo adulto “derivi” totalmente dalle esperienze infantili è investita dalla tipica ironia del narratore, come possiamo dedurre dall’apostrofe* di Zeno al proprio nipotino: (rr. 47-50). Povero bambino! Altro che ricordare la mia infanzia! Io non trovo neppure la via di avvisare te, che vivi ora la tua, dell’importanza di ricordarla a vantaggio della tua intelligenza e della tua salute La riflessione sull’infanzia  >> pag. 533  Le scelte stilistiche Nel presentare il manoscritto di Zeno come un insieme di (r. 16), il narratore di primo grado, cioè il dottor S., mette in discussione la verità di tutto ciò che da qui in poi il lettore troverà scritto nel romanzo: in tal modo la voce di Zeno viene presentata come quella di un “narratore inattendibile”. Si tratta di un modo di tradurre sul piano delle strutture narrative la sfiducia nella possibilità di una rappresentazione obiettiva del reale tipica delle poetiche postnaturaliste. tante verità e bugie La e il “narratore inattendibile” Prefazione Il è scandito su due distinti piani temporali: quello del presente, in cui si colloca l’atto della scrittura, e quello del passato, ai cui accadimenti le memorie faranno riferimento. Il e il continueranno a intrecciarsi e a contrapporsi in tutto il romanzo. Preambolo tempo della scrittura tempo del ricordo Il e i diversi piani temporali Preambolo Verso le competenze       COMPRENDERE In che senso l’autobiografia di Zeno doveva essere il alla sua terapia? 1 preludio Perché il Dottor S. afferma di essere disposto a dividere i guadagni con Zeno per aver diffuso il testo senza il suo permesso? 2 Qual è l’operazione che nel Zeno racconta di aver cercato di fare per ottemperare alle richieste del Dottor S.? Tale operazione gli risulta facile oppure difficile? Perché? 3 Preambolo ANALIZZARE Individua i registri linguistici utilizzati: rintraccia qualche parola o espressione di ciascun registro. 4 INTERPRETARE Leggendo la , quale ti sembra l’atteggiamento del Dottor S. verso il suo ormai ex paziente? 5 Prefazione Che cosa significa, alle rr. 54-55, l’espressione ? 6 È impossibile tutelare la tua culla In quali passi del brano si può cogliere l’ironia del narratore? Rintracciali nel testo e spiega a quali situazioni si riferiscono. 7  T5  Il vizio del fumo e le «ultime sigarette» Cap. 3 Il fumo è una specie di sintomo “riassuntivo” della malattia di Zeno, che invano tenta di rinunciare a questo vizio. Esso rappresenta la sua tendenza a restare sempre al di qua delle decisioni, ad appagarsi del piacere derivante dai buoni propositi senza mai passare alla fase concreta del dovere. Il vero male che lo attanaglia non è dunque tanto la sigaretta in sé, ma la nevrosi causata dal proposito di smettere e dall’incapacità di farlo. e Mistificazione autoinganno Il dottore al quale ne parlai mi disse d’iniziare il mio lavoro con un’analisi storica della mia propensione al fumo: «Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero». Credo che del fumo posso scrivere qui al mio tavolo senz’andar a sognare su quella poltrona. Non so come cominciare e invoco l’assistenza delle sigarette tutte tanto somiglianti a quella che ho in mano. 5  >> pag. 534  Oggi scopro subito qualche cosa che più non ricordavo. Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. Intorno al ’70 se ne avevano in Austria di quelle che venivano vendute in scatoline di cartone munite del marchio dell’aquila bicipite. Ecco: attorno a una di quelle scatole s’aggruppano subito varie persone con qualche loro tratto, sufficiente per suggerirmene il nome, non bastevole però a commovermi per l’impensato incontro. Tento di ottenere di più e vado alla poltrona: le persone sbiadiscono e al loro posto si mettono dei buffoni che mi deridono. Ritorno sconfortato al tavolo. Una delle figure, dalla voce un po’ roca, era Giuseppe, un giovinetto della stessa mia età, e l’altra, mio fratello, di un anno di me più giovine e morto tanti anni or sono. Pare che Giuseppe ricevesse molto denaro dal padre suo e ci regalasse di quelle sigarette. Ma sono certo che ne offriva di più a mio fratello che a me. Donde la necessità in cui mi trovai di procurarmene da me delle altre. Così avvenne che rubai. D’estate mio padre abbandonava su una sedia nel tinello il suo panciotto nel cui taschino si trovavano sempre degli spiccioli: mi procuravo i dieci soldi occorrenti per acquistare la preziosa scatoletta e fumavo una dopo l’altra le dieci sigarette che conteneva, per non conservare a lungo il compromettente frutto del furto. Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e (chissà?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato. Poi ricordo che un giorno mio padre mi sorprese col suo panciotto in mano. Io, con una sfacciataggine che ora non avrei e che ancora adesso mi disgusta (chissà che tale disgusto non abbia una grande importanza nella mia cura) gli dissi che m’era venuta la curiosità di contarne i bottoni. Mio padre rise delle mie disposizioni alla matematica o alla sartoria e non s’avvide che avevo le dita nel taschino del suo panciotto. A mio onore posso dire che bastò quel riso rivolto alla mia innocenza quand’essa non esisteva più, per impedirmi per sempre di rubare. Cioè… rubai ancora, ma senza saperlo. Mio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Già all’atto d’impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere m’avrebbero procurato. Poi li fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse. Non si dirà che nella mia infanzia io mancassi di energia. So perfettamente come mio padre mi guarì anche di quest’abitudine. Un giorno d’estate ero ritornato a casa da un’escursione scolastica, stanco e bagnato di sudore. Mia madre m’aveva aiutato a spogliarmi e, avvoltomi in un accappatoio, m’aveva messo a dormire su un sofà sul quale essa stessa sedette occupata a certo lavoro di cucito. Ero prossimo al sonno, ma avevo gli occhi tuttavia pieni di sole e tardavo a perdere i sensi. La dolcezza che in quell’età s’accompagna al riposo 10 1 2 3 4 15 20 25 5 30 35 6 7 40 45 8 9 un’aquila a due teste ( ) era sullo stemma degli Asburgo, la dinastia che regnò sull’Impero austro-ungarico fino al 1918. la narrazione procede attraverso il meccanismo della libera associazione mentale, per cui al ricordo della scatola di sigarette si aggiunge quello di un gruppo di persone. caratteristica. Zeno ostenta qui distacco e indifferenza emotiva di fronte al ricordo di queste figure del passato. sporca, sudicia. così chiamati perché fatti di tabacco originario dello stato americano della Virginia. domestica (vocabolo letterario). ancora. addormentarmi. 1 aquila bicipite: bicipite 2 Ecco… s’aggruppano: 3 tratto: 4 non bastevole però… incontro: 5 sozza: 6 sigari virginia: 7 fantesca: 8 tuttavia: 9 perdere i sensi:  >> pag. 535  dopo una grande stanchezza, m’è evidente come un’immagine a sé, tanto evidente come se fossi adesso là accanto a quel caro corpo che più non esiste. Ricordo la stanza fresca e grande ove noi bambini si giuocava e che ora, in questi tempi avari di spazio, è divisa in due parti. In quella scena mio fratello non appare, ciò che mi sorprende perché penso ch’egli pur deve aver preso parte a quell’escursione e avrebbe dovuto poi partecipare al riposo. Che abbia dormito anche lui all’altro capo del grande sofà? Io guardo quel posto, ma mi sembra vuoto. Non vedo che me, la dolcezza del riposo, mia madre, eppoi mio padre di cui sento echeggiare le parole. Egli era entrato e non m’aveva subito visto perché ad alta voce chiamò: «Maria!». La mamma con un gesto accompagnato da un lieve suono labbiale accennò a me, ch’essa credeva immerso nel sonno su cui invece nuotavo in piena coscienza. Mi piaceva tanto che il babbo dovesse imporsi un riguardo per me, che non mi mossi. Mio padre con voce bassa si lamentò: «Io credo di diventar matto. Sono quasi sicuro di aver lasciato mezz’ora fa su quell’armadio un mezzo sigaro ed ora non lo trovo più. Sto peggio del solito. Le cose mi sfuggono». Pure a voce bassa, ma che tradiva un’ilarità trattenuta solo dalla paura di destarmi, mia madre rispose: «Eppure nessuno dopo il pranzo è stato in quella stanza». Mio padre mormorò: «È perché lo so anch’io, che mi pare di diventar matto!». Si volse ed uscì. Io apersi a mezzo gli occhi e guardai mia madre. Essa s’era rimessa al suo lavoro, ma continuava a sorridere. Certo non pensava che mio padre stesse per ammattire per sorridere così delle sue paure. Quel sorriso mi rimase tanto impresso che lo ricordai subito ritrovandolo un giorno sulle labbra di mia moglie. Non fu poi la mancanza di denaro che mi rendesse difficile di soddisfare il mio vizio, ma le proibizioni valsero ad eccitarlo. Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili. Perché seguito da un forte disgusto fisico, ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito. Mi rimisi e mi vantai della vittoria. Uno dei due piccoli omini mi disse allora: «A me non importa di aver perduto perché io non fumo che quanto m’occorre». Ricordo la parola sana e non la faccina certamente sana anch’essa che a me doveva essere rivolta in quel momento. Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato 10 50 55 11 60 65 12 70 75 13 80 14 85 90 è un’espressione poetica e patetica per indicare la madre ormai morta. emesso a fior di labbra, sottovoce. allegria, senso di divertimento. mi tornò subito alla mente. foggia infantile. 10 quel… esiste: 11 labbiale: 12 ilarità: 13 lo ricordai subito: 14 puerilità:  >> pag. 536  in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola ! Mi ferì e la febbre la colorì. Un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto. Quando il dottore mi lasciò, mio padre (mia madre era morta da molti anni) con tanto di sigaro in bocca restò ancora per qualche tempo a farmi compagnia. Andandosene, dopo di aver passata dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi disse: «Non fumare, veh!». Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: «Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta». Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: «Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!». Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima. Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime. Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato: «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!». Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo. Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge. Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e assoluta 95 100 15 105 16 110 115 17 18 120 19 20 125 21 22 23 24 130 malgrado. qui “un rito”. moto disordinato, continuo susseguirsi. tuttora. nell’uso dell’articolo indeterminativo si coglie tutta l’autoironia di Zeno, come se dicesse non l’ultima, ma una delle tante sigarette che si era proposto di fumare come ultime, pur sapendo in partenza che non sarebbe stato così. il diritto ecclesiastico, anche se qui simboleggia in genere gli studi di Giurisprudenza. vaso di vetro, di forma sferica, che si usa nei laboratori chimici. La metafora dice che la scienza è sì la vita stessa, ma ridotta in forme schematiche e astratte. lineare e concreto. elemento fondamentale nella chimica organica. agli studi di Giurisprudenza. 15 ad onta che: 16 un voto: 17 ridda: 18 tuttavia: 19 un’ultima sigaretta: 20 diritto canonico: 21 matraccio: 22 sobrio e sodo: 23 carbonio: 24 alla legge:  >> pag. 537  mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco? Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita? Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri. Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano. Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre. Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio: «Nono giorno del nono mese del 1899». Significativa nevvero? Il secolo nuovo m’apportò delle date ben altrimenti musicali: «Primo giorno del primo mese del 1901». Ancor oggi mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita. Ma nel calendario non mancano le date e con un po’ d’immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento. Ricordo, perché mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico, la seguente: «Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24». Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta. L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola 25 26 135 27 140 28 29 145 150 155 160 165 30 31 170 32 i complicati concetti del diritto, che regolano i rapporti tra gli individui e le loro proprietà. visto che. nascosta, inespressa. continuamente. igienista è una persona che osserva scrupolosamente e maniacalmente tutte le norme dell’igiene personale e ambientale. Quello ricordato da Goldoni è il patrizio veneziano Alvise Correr (1482-1566), che l’autore menziona nelle sue (II, cap. 30). un ordine con cui la ragione piega la volontà, nella terminologia del filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804). il valore della scommessa che Zeno avrebbe smesso di fumare. qui “irregolarità”, “asimmetria”. 25 complicazioni… del suo: 26 quando: 27 latente: 28 tuttavia: 29 quell’igienista… dal Goldoni: Memorie 30 un imperativo supremamente categorico: 31 la posta: 32 deformità:  >> pag. 538  cifra nega la precedente. Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito. Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversarii lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono! Per diminuirne l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: «mai più!». Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna. 33 175 34 180 papa dal 1846 al 1878 (Giovanni Maria Mastai Ferretti). si mantiene. 33 Pio IX: 34 si tiene: Juan Gris, , 1913. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza. Il fumatore Dentro il testo       I contenuti tematici Un tratto che connota il carattere di Zeno è senza dubbio la sua debolezza psicologica, che si esprime nella mancanza di volontà. È sintomatica in tal senso la sua incapacità di smettere di fumare. Paradossalmente il vizio si radica ancora di più in lui nel momento in cui il fumo gli viene espressamente vietato dal medico, in concomitanza con una seria infiammazione delle vie respiratorie. Come accadeva già al protagonista in età infantile, la proibizione eccita il gusto della trasgressione, in base a una dinamica psicologica piuttosto facile da decodificare: il desiderio di smettere di fumare accresce il piacere mediante l’emozione suscitata dall’infrazione del divieto, sempre disatteso e continuamente riproposto, come in un puntualmente non mantenute. Il fumo, inoltre, diventa quasi un alibi per non impegnarsi seriamente in un concreto programma di vita (un preciso percorso di studi e una professione determinata). Soltanto ora, al momento della scrittura del diario, Zeno ne prende finalmente coscienza: (rr. 135-137). Non a caso, al vizio sono associati vocaboli negativi quali (rr. 30 e 79), (r. 26), (r. 136): eppure ciò non spinge il protagonista a un cambiamento delle proprie abitudini, bensì soltanto a una autoironica indulgenza verso sé stesso e i suoi limiti irrimediabili. Il senso di colpa provato per le proprie inadeguatezze non sfocia insomma in atti concreti capaci di sfidare le pulsioni dell’inconscio: l’unica risorsa a disposizione di Zeno – e ciò che lo distingue dagli altri personaggi sveviani – è la e dell’impossibilità di vincerla. circolo vizioso di false promesse che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? disgusto sozza abitudine colpa consapevolezza della propria inettitudine La malattia della volontà  >> pag. 539  Le scelte stilistiche Il romanzo del Novecento si caratterizza per una nuova concezione del tempo, che qui troviamo bene espressa nelle ultime due frasi del brano. Scrive Zeno nel suo diario: (rr. 179-180). Il tempo, in altre parole, non ha un andamento lineare e univoco, e non è vero che il suo flusso non possa arrestarsi. Esso, al contrario, può essere fissato nella memoria attraverso i ricordi personali e in tal modo “ritornare” al soggetto. C’è infatti un tempo “esterno”, misurabile in anni, mesi e giorni, e un tempo “interno”, la cui estensione si valuta in base alla maggiore o minore intensità con cui gli eventi sono percepiti dal soggetto. Zeno afferma che questa possibilità di un “ritorno” del tempo è un suo speciale privilegio ( ), ma va detto che in realtà essa è condivisa da molti personaggi dei romanzi contemporanei, per i quali il passato e il presente convivono in quello che viene chiamato . Nella tale tempo misto si esprime nel continuo intersecarsi tra i diversi piani temporali della narrazione mediante le libere associazioni che si sviluppano senza seguire un filologico e in modo oscuro nella mente e nella “coscienza” del protagonista (che infatti sceglie un particolare qualsiasi per iniziare la stesura del memoriale: , r. 5). Attraverso questo rinnovamento del tempo narrativo, sembra disgregarsi la trama tradizionale con il suo ordine cronologico. non viene più inteso, come avveniva nel romanzo realista e naturalista, come un fenomeno oggettivo, ma è . il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna solo da me “tempo misto” Coscienza di Zeno Non so come cominciare Il tempo filtrato dalla percezione che ne hanno i personaggi La nuova concezione del tempo Verso le competenze       COMPRENDERE Suddividi il brano in quattro sequenze principali, attribuendo un titolo a ciascuna di esse. 1 Quasi alla fine del brano Zeno si dà una spiegazione molto lucida del suo amore per la sigaretta, ma la mette in dubbio subito dopo. Qual è la spiegazione e con quali argomenti la smentisce? 2 ANALIZZARE Nella prima sequenza si vede come il vizio del fumo induce il giovane Zeno a commettere una serie di trasgressioni. Rintracciale nel testo ed elencale ordinatamente. 3 Individua nel testo l’alternanza tra i diversi piani temporali, distinguendo i ricordi veri e propri (riferiti al passato) e i commenti del narratore (collocati nel presente). 4 INTERPRETARE Come vengono caratterizzati gli altri ragazzi che compaiono nei ricordi di infanzia del protagonista? In maniera precisa e dettagliata oppure generica e lacunosa? Come lo spieghi? 5 Perché Zeno fuma nonostante la proibizione del medico? 6 PRODURRE Ti è mai capitato, come a Zeno, di avere un proposito e poi trasgredirlo quasi regolarmente? Scrivi un breve testo di circa 20 righe sull’argomento. 7