ROMA IMPERIALE >> L’arte romana in età imperiale 10. La pittura: gli stili pompeiani Le dimore imperiali – come si è visto a proposito della di Nerone – erano ornate da pitture e affreschi. Ma l’usanza di dipingere le pareti di case ed edifici era in realtà molto diffusa, fin dall’età repubblicana. Modi e stili variano in base all’epoca di esecuzione, all’abilità del pittore e alle possibilità e alle intenzioni del committente. Oggi possiamo contare su esempi di pitture provenienti da tutto il mondo romano, spesso ricostruiti a partire da migliaia di frammenti. Le prime conoscenze risalgono al Settecento, quando, con i rinvenimenti di e dell’area vesuviana, furono portati alla luce cicli pittorici splendidamente conservati, in base ai quali vennero operate le prime classificazioni. Si deve invece al tedesco August Mau la distinzione dei reperti in , basata anche sul testo di Vitruvio. Elaborata alla fine dell’Ottocento, è ancora ritenuta valida, e da allora, per convenzione, si continua a usare l’espressione " ", sebbene in realtà ci si riferisca a tendenze stilistiche presenti in tutto il mondo romano. Anzi, i pittori che lavoravano a Pompei si limitavano spesso a recepire modi e innovazioni impiegati nelle grandi città, tra cui principalmente Roma. Domus Aurea Pompei quattro "stili" stili pompeiani Le ricche case repubblicane erano dipinte esattamente come i loro modelli greci, con pareti suddivise in tre fasce orizzontali contraddistinte da diverse decorazioni: in basso c’era uno zoccolo, spesso di colore giallo; poi una zona mediana che imitava i marmi delle regge ellenistiche; quindi una fascia superiore, in genere decorata con cornici di stucco. È questo il I stile pompeiano, detto anche , in uso dalla fine del III secolo fino agli inizi del I secolo a.C. In questo stile furono decorate la grande Casa del Fauno, ampliata tra II e III secolo, la Casa di Sallustio , tra le più antiche di Pompei, e la Casa sannitica di Ercolano. I stile (200 a.C.-100 a.C. circa) stile strutturale o a incrostazioni (20) Casa di Sallustio, pitture di I stile, II secolo a.C., affresco. Pompei (Napoli). 20. Dall’evoluzione del I stile nasce il II stile pompeiano. Non vengono più dipinti solo finti marmi su pareti piatte, ma anche finte colonne che "muovono" le pareti, dando l’ . I muri assumono l’aspetto di grandi scene teatrali, mosse da edicole e colonne, e con pareti che sembrano aprirsi all’esterno. Uno degli esempi più antichi è quello della , sul Palatino, a Roma, datata attorno al 100 a.C., che conserva ancora finte lastre marmoree. Si afferma inoltre la moda di rappresentare su intere pareti, fingendo di lasciar vedere scene che si svolgono in ambienti adiacenti. Tra gli esempi più celebri vi è una delle stanze della a Pompei, che proprio da questa pittura prende il nome: la scena rappresenterebbe il rituale di iniziazione di una giovane sposa ai , alla presenza di Dioniso e del suo seguito. La donna è raffigurata al centro della parete principale, seduta di spalle mentre si sta preparando alla toeletta, aiutata dalle inservienti. La scena è perfettamente inserita in finte architetture che danno il senso della prospettiva. II stile (100 a.C.-30 a.C. circa) illusione di architetture prospettiche Casa dei Grifi (21) grandi composizioni figurate Villa dei Misteri (22) misteri dionisiaci Casa dei Grifi, pitture di II stile, 100 a.C. ca., affresco. Roma, Palatino. 21. Villa dei Misteri, pitture di II stile, metà del I secolo a.C., affresco. Pompei (Napoli). 22. › pagina 261 FOCUS I colori impiegati avevano origine animale, minerale e vegetale. Il si otteneva dalla triturazione e dalla calcinazione di ossa e avorio. Il era ricavato dal solfuro di mercurio, importato dall'Asia Minore e dalla Spagna. Il – detto "fritta" – era ottenuto da rame, fior di nitro e sabbia macinati, inumiditi e poi cotti. I gialli erano ottenuti dalle varie . Molti dei colori rossi trovati nelle pitture di Pompei non sono altro che gialli, la cui colorazione è mutata a causa delle elevate temperature raggiunte durante l'eruzione del Vesuvio. Come ricorda Plinio il Vecchio nella , la pittura da cavalletto – cioè i dipinti su tela o tavola – poteva essere realizzata con il metodo a tempera o con quello a encausto. Con la tecnica a tempera i pigmenti, cioè i coloranti, venivano stemperati con un legante grasso (olio o tuorlo d'uovo), per farli aderire sul supporto. Con il metodo a encausto, invece, i pigmenti, stemperati nella cera calda ( in greco, significa "riscaldare"), erano stesi sul supporto, quindi, raffreddandosi, si fissavano, rimanendo molto brillanti. LE TECNICHE PITTORICHE La tecnica dell'affresco Nel mondo romano le pitture parietali erano realizzate con la tecnica dell'affresco, cioè applicando il colore direttamente sull' . Sulla parete, preparata con un primo intonaco grossolano, veniva steso l' , uno strato misto di sabbia e calce dello spessore di circa un centimetro. Su questo strato, quando era ancora umido, si tracciava il disegno preliminare, la . A questo punto si stendeva un sottilissimo , composto di sabbia molto fine, polvere di marmo o pozzolana setacciata, amalgamate con acqua. Quindi, prima che l'intonaco si asciugasse, si procedeva con la stesura del colore, in modo da favorire il processo di carbonatazione della calce, che consiste nella reazione chimica tra l'anidride carbonica presente nell'aria e la calce contenuta nell'Intonaco; il processo permetteva il fissaggio dei colori. Un'importante fase di finale rendeva lo strato pittorico compatto, mentre con l' si cercava di proteggere i colori più delicati, come per esempio il cinabro il celebre – che tendeva a scurirsi se esposto al sole. intonaco ancora fresco arriccio sinopia tonachino levigazione inceramento – rosso pompeiano I colori nero cinabro ceruleo ocre La pittura da cavalletto Naturalis historia enka ío, › pagina 262 Tra il 30 e il 20 a.C. – come racconta anche Vitruvio, che in quegli anni stava scrivendo il suo – si assiste a una sorta di reazione: le pareti tornano a essere mostrate come realmente esistenti, suddivise in ; in genere, uno zoccolo nero è sormontato da una zona mediana rossa, mentre la fascia superiore è dipinta di bianco. Le due fasce superiori sono spesso impreziosite da una grande profusione di (talvolta anche di motivi egizi) e di pannelli che sembrano quadri appesi al centro delle pareti. È uno stile estremamente raffinato, tipico dell’età augustea e dei primi decenni dell’Impero. Nell’area vesuviana, esempi di case con pitture appartenenti a questo stile sono la Villa della Porta Marina, la Casa di Marco Lucrezio Frontone, la Villa imperiale e la Villa cosiddetta di Agrippa Postumo a Boscotrecase. In quest’ultima sono celebri soprattutto le rappresentazioni minute e accurate di paesaggi idilliaco-sacrali, tra cui quello con un pastore che fa pascolare le sue caprette sotto la protezione di un santuario campestre . Sono gli stessi motivi che si incontrano anche nella contemporanea poesia augustea. In alcuni casi, come in una sala semi-sotterranea adibita a triclinio della Villa di Livia a Prima Porta, la parete viene trasformata in un . Al di là della recinzione dipinta in primo piano, sono raffigurati arbusti e piante ricchi di fiori e di frutti, tra i quali vola o si posa una grande quantità di uccelli dai vivaci colori: un’evidente derivazione dell’ideale greco del giardino rigoglioso, detto, con termine di origine persiana, . III stile (30 a.C.-50 d.C. circa) De architectura grandi campi a fondo unito elementi decorativi (23) finto giardino (24) Paradeiso : pittura di III stile, ultimo quarto del I secolo a.C., affresco. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (dalla Villa cosiddetta di Agrippa Postumo a Boscotrecase). 23. Paesaggio con scena pastorale , pittura di III stile, 20-10 a.C., affresco. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme (dalla Villa di Livia a Prima Porta). 24. Giardino › pagina 263 Il IV stile, che può essere definito " ", presenta sottili elementi architettonici, come colonne e architravi, tra le quali spesso si trovano dipinti tende e tappeti sospesi. Abbondano caratteristici elementi accessori, come candelabri, colonne, cornici, dipinti in giallo oro. I colori divengono di norma ancora più vivaci; alcune delle grandi campiture ospitano riproduzioni di quadri celebri, ma anche quadretti di genere. Nato attorno al 50 d.C., questo stile fu molto usato nelle che, danneggiate dal terremoto del 62 d.C., furono restaurate e ridipinte negli anni immediatamente seguenti (prima della catastrofe del 79 d.C.). Nella Casa dei Vettii fu così ridipinto il celebre una sorta di soggiorno aperto sul peristilio, decorato con grandi pitture che lo fanno assomigliare alla sala di una pinacoteca . Al IV stile appartengono anche gli affreschi della di Nerone a Roma, con le sottili partizioni entro le quali trovava posto una moltitudine di bizzarri motivi ornamentali . Nel 79 d.C., come è noto, la vita a Pompei ha termine. La pittura a schemi architettonici sopravvive però a lungo, anche se con partiture sempre più grandi e sempre meno elaborate. Ancora nel III e IV secolo d.C., le case saranno decorate da sottili linee che delimitano le campiture, spesso anche con un grande spazio centrale, ma senza più un disegno organico, come in un edificio scavato sotto la Basilica di San Sebastiano , del III secolo d.C. circa, dove i riquadri ricavati tra una linea e l’altra sono riempiti da elementi decorativi (uccelli, vasi, fiori e segni zodiacali) su fondo bianco e senza alcun senso di profondità (cosiddetto stile lineare). IV stile (50 d.C. circa-79 d.C.) delle architetture fantastiche case pompeiane oecus, (25) Domus Aurea (26) (27) Casa dei Vettii, pitture di IV stile nell' (sulla parete in fondo, al centro, un riquadro con la rappresentazione della Punizione di Issione), 62-79 d.C. ca., affresco. Pompei (Napoli). 25. oecus , pitture di IV stile, 64-68 d.C., affresco. Roma. 26. Domus Aurea Edificio sottostante la Basilica di San Sebastiano, pitture in stile lineare, III secolo d.C. ca., affresco. Roma. 27.