L’AUTORE nel tempo

Un giudizio soggetto al gusto del tempo

Come tutte le opere profondamente “politiche”, anche quella di Ugo Foscolo ha ricevuto nel tempo valutazioni contrastanti, spesso dovute alle diverse sensibilità dominanti nelle singole epoche. Inoltre la vita del poeta si è svolta in un’epoca di transizione e di grandi rivoluzioni: la sua produzione è dunque ibrida e non collocabile facilmente in una categoria critica o storica, caratteristica alla quale gli studiosi in passato hanno spesso guardato con sospetto. Oggi al contrario si tende a valorizzare come una ricchezza il fatto che nella sua mentalità di autore confluissero tre fondamentali tendenze: lo scetticismo illuminista, le squisite nostalgie neoclassiche e le accese passioni romantiche.

I primi giudizi, da Cesarotti a Leopardi

Tra i primi a pronunciare un giudizio severo è uno dei maestri di Foscolo, Melchiorre Cesarotti, il quale gli scrive nel 1803 a proposito del romanzo: «Del tuo Ortis non voglio parlare: esso mi desta compassione, ammirazione e ribrezzo. Questa è un’opera scritta da un genio in un accesso di febbre maligna. D’una sublimità micidiale e d’una eccellenza venefica».

Anche il debito contratto con Goethe nella scrittura dell’Ortis non manca di suscitare critiche aspre. Scrive l’autore francese Stendhal: «Conosco una pesante imitazione del Werther, intitolata Lettere di J. Ortis». E Barbey d’Aurevilly, altro autorevole scrittore francese: «Ugo Foscolo, questo falso Goethe che rifece Werther in italiano».

Nemmeno Manzoni è garbato con il suo compatriota, che va a trovarlo a Parigi ma viene accolto con freddezza. Giacomo Leopardi invece mostra di stimarlo: lo spirito ribelle foscoliano è affine all’anima inquieta del poeta dei Canti, che forse avrebbe desiderato essere un Foscolo condannato all’esilio, invece che una sorta di “prigioniero” in patria.