il CARATTERE

  Un uomo a due facce

Leopardi vive in una casa che assomiglia a un collegio: il padre non gli fa mancare affetto, ma esercita su di lui una tirannia assoluta, rivendicandone un vero e proprio diritto di possesso. Quando lo zio Carlo Antici fa balenare a Giacomo l’opportunità di uscire dalla “clausura” domestica, Monaldo rifiuta: «Che sia men dotto, ma che sia di suo padre», scrive.

Una madre fredda e distante

A influire principalmente sul carattere del ragazzo è però la madre: zelante e severa amministratrice domestica, più impegnata a ripristinare l’antico splendore familiare che a riversare affetto sulla prole. Formale, fredda, del tutto incapace di uno slancio amorevole, Adelaide è, “agli occhi del figlio”, indifferente, insensibile, responsabile del clima soffocante che si respira in casa. Nell’abbozzarne il ritratto in una nota dello Zibaldone risalente al 1820, Giacomo scriverà: «Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non proccurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù».

Così, sin da piccolo il poeta trova nella fantasia una sorta di risarcimento, uno strumento di calda immaginazione con cui sciogliere la barriera di ghiaccio innalzata dalla madre. Dotato di una sensibilità esasperata, bisognoso come tutti i bambini di affetto e complicità, Giacomo è davvero, come lo ha definito la scrittrice Anna Maria Ortese (1914-1998), un «giovane favoloso», sempre pronto a inventare favole da raccontare e passatempi ingegnosi, a mettere in scena storie nuove nel suo teatro delle ombre, mediante il quale i bambini della famiglia Leopardi si divertivano con sagome animate su diversi schermi. In una monografia dedicata al poeta (Leopardi, 2010), il critico Pietro Citati racconta delle «battaglie eroiche a imitazione di quelle omeriche», dei giochi con i fratelli, del suo non star mai fermo, come preso da un’«allegrezza pazza». Insomma, un bambino gioioso.

Il sofferto ripiegamento su sé stesso

Possiamo ipotizzare gli eventi e le cause che trasformano a poco a poco quello slancio febbrile e quella promessa di felicità in disincanto e disperazione: in primo luogo la distanza emotiva della madre, poi la malattia, con il peso degli studi che lo ingobbisce e il lavoro al lume delle candele che gli spegne la vista, e infine il sogno di gloria, che Recanati e l’autoritarismo paterno gli inibiscono. Il fanciullo entusiasta si tramuta, nel giro di alcuni anni, nell’adolescente malinconico e taciturno, che scopre, esperienza dopo esperienza, il dolore proprio e quello del mondo.

Timidezza e ironia

La sua esistenza tormentata si arricchisce infatti di fughe (tentate e abortite, con conseguenti sensi di colpa) e soggiorni lontano da casa; ma, come se fosse incapace di affrontare la realtà e liberarsi dalla tutela amata e odiata del padre, Giacomo torna sempre al punto di partenza, dipendente psicologicamente ed economicamente da lui. Eppure, quando è in compagnia di carta e penna, Giacomo perde la propria riservata timidezza: nelle sue lettere si incontra infatti un uomo di spirito, che ama le battute e non disdegna una sfrontata cattiveria, riservata a intellettuali e personaggi da salotto, campioni della meschinità dilagante della società aristocratica dell’epoca.