Per approfondire

Emigrazione ed emigranti nella letteratura italiana

I viaggi della disperazione

Stipati come animali sulle navi da carico, nella seconda metà dell’Ottocento centinaia di migliaia di individui da ogni parte d’Italia, soprattutto dalle campagne del Sud, della Toscana, del Veneto e del Piemonte, si imbarcano per gli Stati Uniti, costretti a espatriare a causa della crisi agraria, del peso delle imposte e del declino dei vecchi mestieri artigiani. Li attendono lavori duri e malpagati, come lo sterratore per la costruzione delle ferrovie o il minatore; alcuni vendono cianfrusaglie, oppure con i loro organetti si improvvisano musicanti; altri, per sfuggire alla miseria, entrano nel mondo della malavita.

Lo scrittore scapigliato Ferdinando Fontana (1850-1919) pubblica nel 1884 il volume New York, in cui descrive i poveri viaggiatori in uno dei più bei reportage del giornalismo italiano dell’epoca, seguendoli sin da quando li accoglie la metropoli americana, con la sua «nebbia oleosa» e la «caligine fuligginosa» dell’aria satura di carbon fossile. Castle-Garden e soprattutto Ellis Island sono i centri di prima accoglienza degli immigrati, tenuti a lungo in quarantena prima di essere autorizzati a entrare negli Stati Uniti o rispediti in patria.

Milionari (pochi) e disgraziati (molti)

L’emigrazione è veramente una delle pagine più drammatiche dell’Italia postunitaria. Al tempo stesso, anche se non ha ispirato capolavori memorabili, quello dell’emigrazione è un tema assai ricorrente nella letteratura di fine Ottocento e dei decenni successivi. Sono numerose infatti le storie di italiani in America: e sono spesso resoconti autobiografici di avventurose epopee a lieto fine, vicende di uomini intraprendenti che fanno fortuna nel Nuovo Mondo.

La realtà, tuttavia, in molti altri casi è diversa. Edmondo De Amicis, l’autore di Cuore, pubblica nel 1889 un romanzo dal titolo Sull’Oceano: per scriverlo si imbarca su una nave da carico che trasporta – questa volta in Sud America – centinaia di italiani costretti a lasciare la patria dopo aver spesso militato con coraggio per difenderla nel corso del Risorgimento, «soldati che han combattuto e che combatteranno per la terra in cui non poterono e non potranno vivere».

Dietro ogni emigrante c’è una storia di miseria e disgrazie: come quelle raccontate dal drammaturgo e librettista Giuseppe Giacosa (1847-1906), che si spinge anch’egli in America per descrivere la rassegnazione della «plebe italiana» condannata a sopravvivere in quartieri poveri e sovrappopolati di New York e Chicago (Impressioni d’America, 1898).

Il lungo secolo dei migranti

Nel Novecento, oltre a Pascoli, tanti altri scrittori rappresentano la tragedia degli emigranti, in versi (è il caso di Ada Negri e Dino Campana, quest’ultimo a lungo girovago in Argentina e Uruguay) o in prosa (come Luigi Capuana e Luigi Pirandello, il quale in alcune novelle – per esempio L’altro figlio – racconta non tanto di chi parte, quanto di chi resta, come madri e mogli costrette a vivere la lacerante esperienza del vuoto affettivo).

La “valigia di cartone” sarà un simbolo di questa altra Italia, ferita, che continua a emigrare anche a Novecento inoltrato. Ce la descrivono romanzi come quelli di Mario Soldati (America primo amore, 1935); poesie come I mari del Sud (1937), in cui Cesare Pavese parla dei viaggi di un cugino fino in Tasmania; racconti come Il mare colore del vino di Leonardo Sciascia (1973), storia di una truffa ai danni di un gruppo di emigranti che hanno speso tutto il loro denaro per pagarsi la traversata atlantica, o come, per avvicinarci ai nostri tempi, quelli dello scrittore calabrese Saverio Strati (1924-2014).

E, forse per il desiderio di fissare nella memoria una vicenda collettiva cruciale per l’identità culturale e umana del nostro paese, il ricordo dell’emigrazione è diventato negli ultimi anni un motivo ricorrente della nostra letteratura, con esiti spesso assai significativi, come nel caso del romanzo Vita (2003) di Melania Mazzucco (n. 1966), ambientato in gran parte negli Stati Uniti di inizio Novecento. È un tema di grande importanza, per conoscere non solo il nostro passato, ma anche il presente di quanti proiet­tano sulla nostra terra le stesse speranze di accoglienza e fortuna con le quali i nostri antenati partivano per l’America, l’Australia o l’Europa settentrionale.