LETTURE critiche

Un poeta grande, ma non moderno

di Guido Guglielmi

Sono molte le ragioni per le quali oggi la poesia di Carducci viene percepita come inattuale. Secondo Guido Guglielmi (1939-2002) la principale sta nel suo essere troppo legata alla temperie risorgimentale. Tale vincolo contingente spiega la fiducia che il poeta riservava ai suoi versi, ai quali egli affidò il compito di incarnare istanze e speranze diffuse nella società italiana post-unitaria. Secondo Guglielmi, questa adesione al proprio tempo e il credo conseguente nella funzione morale, civile e politica della parola hanno spinto Carducci fuori dalla modernità.

Il problema di Carducci, secondo me, è capire come mai un poeta che ha scritto alcune grandi poesie, alcune importanti poesie, alcune forti poesie – adesso non so come dire meglio – ha anche scritto molta poesia che non piace, che non piace a nessuno (probabilmente non piace neppure ai carducciani). E mi riferisco, per così dire, all’aspetto monumentale, antiquario, eloquente, enfatico della sua poesia.

Qual è il meccanismo che ha portato un poeta, dotato come il Carducci, anche verso una strada che è la più datata, la meno recuperabile storicamente? Naturalmente si tratta di una poetica classicistica; ma un grandissimo classicista era il Leopardi, e certo Carducci è nella linea del Leopardi, e del Foscolo, e del Parini. Ma un Leopardi, se andiamo a rileggerci lo Zibaldone, magari fin dalle prime pagine, ha chiara l’idea della fine della grande tradizione che amava. Leopardi si domandava se un grandissimo scrittore (che poi era egli stesso) potesse mai sperare di essere capito dai contemporanei; aveva il senso tragico della fine del mondo classico, nel momento in cui lo riassumeva e gli dava una complessa e modernissima ripresa.

Ora, Carducci nasce qualche decennio dopo, rinnova il programma classicistico e lo porta avanti cadendo in quello che ho chiamato il monumentale; e questo in una parte che è strutturale della sua poesia, e che non si deve distinguere astrattamente dalla parte più felice, cioè quella che sente il parnassianesimo1 e le correnti moderne. Carducci, infatti, magari se ne difende, le registra negativamente, ma non è affatto insensibile ad esse [...] Come spiegare tutto questo? Diciamo che il monumentale di Carducci è lo stesso monumentale che diventato liberty servirà al d’Annunzio. Naturalmente il d’Annunzio compirà un’operazione in più, farà un ulteriore passo – dall’antichità, per così dire, all’anticaglia2 – rispetto al Carducci; Carducci crede invece ancora nel mondo classico, e almeno in una ideale possibilità di restaurazione.

[...] Vero è – ed è probabilmente qui il punto della sua particolarità – che Carducci è un uomo, uno spirito del Risorgimento [...]. E tra i miti del Risorgimento c’è quello dell’organicismo, il mito epico di una società culturalmente unitaria. Sicché la parola che è morta del Carducci, è la parola solidale, non dico con l’architettura politica, ma con l’immaginaria architettura politica che è l’ideologia risorgimentale. E insomma la particolarità della situazione italiana che ha portato il Carducci, pur grande poeta, in una posizione di relativo isolamento rispetto alle grandi correnti europee che pure conosceva, perché leggeva i francesi – anche Gautier3 e Baudelaire – e i tedeschi, e gli inglesi. E la sua parola è stata così trattenuta al di qua di quella scelta della poesia moderna, anche e proprio nella sua linea antiprosastica e lirica, che è una scelta oppositiva. Non si tratta qui di grandezza di poeti: Gautier è compiaciuto e superficiale, non certo un grande poeta. Ma non c’è dubbio che la parola poetica moderna è la parola di un’opposizione individualistica e anarchica, non è mai una parola ufficiale, una parola che implichi un consentimento ai valori organici della tradizione. L’età moderna segna la fine delle tradizioni. E proprio per questo nasce il problema della poesia (la poesia come problema).

Riassumo: un’ispirazione civile di tipo risorgimentale ha permesso al Carducci di riprendere la poetica classicistica, senza quell’accento tragico che, circa cinquant’anni prima, aveva avuto nel Leopardi, mentre lo ha allontanato, benché non potesse non risentirne, da quel carattere della parola ineloquente e, diciamo anche, perversa, che dal parnassianesimo in poi è il carattere della poesia moderna, anche del Pascoli e del d’Annunzio più proiettati in avanti, per quello che riguarda l’Italia.


Guido Guglielmi, Carducci e la letteratura italiana. Studi per il centocinquantenario della nascita di Giosuè Carducci, Atti del convegno di Bologna 11-12-13 ottobre 1985, Antenore, Padova 1988