LETTURE critiche

La rivelazione della lingua inglese

di Dante Isella

La scoperta dell’inglese per Fenoglio ha il valore di un incontro magico e pieno di suggestioni. Come chiarisce Dante Isella (1922-2007), non si tratta di una semplice e superficiale scelta estetica: l’adozione della lingua di Shakespeare costituisce per l’autore del Partigiano Johnny un’irripetibile occasione per uscire dal provincialismo e appropriarsi di una libertà espressiva senza condizionamenti o vincoli dogmatici.

Piemontese di Alba, vale a dire dell’estrema periferia della nostra carta linguistica, Fenoglio appartiene ancora a una generazione d’italiani per i quali la lingua viva è il dialetto, mentre l’italiano è la lingua appresa sui libri, perlopiù non usata nei rapporti della vita quotidiana. La scelta degli studi classici e l’iscrizione al ginnasio, per chi come lui appartiene al ceto popolare, corrisponde, nel giudizio comune (e nei disegni di sua madre), a una promozione sociale.

Nei comportamenti della piccola borghesia di provincia ciò significa anche l’abbandono del dialetto per l’italiano; tanto più in epoca di politica fascista, contraria ai dialetti in nome dell’unità linguistica della nazione. (Tra parentesi, osserveremo che anche negli oppositori al regime la cultura letteraria dell’entre deux guerres tende al monolinguismo). Sicché l’italiano, sempre sentito da un periferico come un mezzo espressivo artificiale e distante (la «grammatica» rispetto alla lingua succhiata col latte della balia), si connota pure come la lingua della falsificazione propagandistica della dittatura e dei suoi riti celebrativi (Fenoglio, classe 1922, è obbligatoriamente balilla fin dall’iscrizione alla prima elementare). L’incontro con l’inglese, sui banchi del primo ginnasio, ha per lui il valore di una rivelazione; è la scoperta, tra i soliti imparaticci scolastici, di una lingua magica, di un «apriti Sesamo» con cui avventurarsi, negli anni dei giochi dell’adolescenza, in un mondo tutto suo, più affascinante e più degno della realtà che gli sta intorno. Da una parte la lingua dell’imposizione totalitaria e della piccola promozione borghese, dall’altra la lingua della conquista di una cultura e di una civiltà diverse, un continente sconosciuto e incantatore: è una scelta da cui restare segnati per sempre, con un senso orgoglioso della propria differenza che Fenoglio mantenne gelosamente per tutta la vita; compiacendosi, anche come scrittore, che lo si considerasse un «irregolare» (anzi, «l’irregolare»), o che lo si definisse non un letterato di professione, ma un «gentleman writer». Pietro Chiodi, che gli fu professore di storia e di filosofia nell’ultimo anno di liceo, ha scritto che fin da ragazzo Fenoglio «si era immerso, come un pesce si immerge nell’acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nei costume, nella lingua, particolarmente dell’Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria: viveva in questo mondo, fantasticamente ma fermamente rivissuto, per cercarvi la propria «formazione», in una lontananza metafisica dallo squallido fascismo provinciale che lo circondava». Nessuno avrebbe saputo cogliere meglio il senso vero di quell’esaltazione che in superficie si sarebbe potuta scambiare per altro: «L’immedesimazione di Fenoglio col mondo dell’Inghilterra rivoluzionaria non era per lui un’evasione da ingenuo provinciale, come qualcuno ha creduto. Fenoglio detestava i letterati di mestiere, ma era sufficientemente scaltro e colto per non cadere in ingenuità di questo genere. Fenoglio andava alla ricerca di un modello umano, di una “formazione”, di uno stile diverso da quello che il “fascismo” gli offriva». Per sua confidenza diretta, più volte ripetuta, egli aveva spesso sognato di essere un soldato dell’esercito di Cromwell, «con la bibbia nello zaino e il fucile a tracolla».

Rispetto all’italiano imparato sui libri, mezzo espressivo artificioso, squalificato dalla sanguigna concorrenza del dialetto, l’inglese gode, per l’adolescente Fenoglio, del privilegio di essere una pura esperienza mentale: la lingua degli autori delle sue letture appassionate, del grande teatro, della poesia impervia dei suoi autori più diletti (Skakespeare, Marlowe, Hopkins, Coleridge, ecc.). La lingua della sua rivincita intellettuale sul proprio ambiente. Piuttosto che l’aspetto comunicativo (scarse o nulle è da credere che siano state per lui, in quei tempi, le occasioni di sperimentarne la semplicità pragmatica), ne può apprezzare essenzialmente i valori espressivi. Gliene resterà, indelebile, soprattutto l’idea, tutta sua, di una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità. È questo un punto essenziale per spiegarsi perché mai nel Partigiano egli faccia ricorso in prima istanza all’uso dell’inglese: che è il mezzo in cui individua il massimo di libertà espressiva realizzabile in funzione di un’esperienza autobiografica intensamente vitale: la più alta che avesse mai tentato di fissare sulla carta.


Dante Isella, La lingua del Partigiano Johnny, in B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1994