5 – ELSA MORANTE (Roma, 1912 – 1985) Un uomo senza carattere 1953 Tratto da Lo scialle andaluso Data della prima pubblicazione: Avevo terminato il primo anno di università e mi recai secondo il solito a villeggiare nel mio paese di F., presso i miei genitori. A quel tempo, ero un giovinetto delicato e timido. Queste qualità, oltre ai miei capelli biondi e allo splendore del sorriso, mi avevan valso fra i compagni il soprannome di «Poeta». Altri mi paragonavano per l’aspetto ad un cavaliere antico. Peccato che del poeta non avessi il genio e, del cavaliere, il coraggio. Il mio turno di esami si era fatto aspettare e, arrivato a F. con un certo ritardo sugli altri villeggianti, trovai che i miei coetanei avevano quell’anno un nuovo divertimento. Bisogna ammettere che i divertimenti scarseggiavano a F. Le ragazze, in omaggio a costumi antichi, erano riservate e casalinghe, teatri non ce n’erano. Altra risorsa non restava che qualche burla o qualche partita alle carte. Quell’anno però fece la sua comparsa nel paese una villeggiante nuova, la signorina Candida V., ospite di una sua zia vecchia e zitella. Anche la signorina, del resto, era poco meno di una vecchia zitella, avendo da qualche anno oltrepassata la trentina. Ella asseriva di avere ventisei anni, ed era ancora abbastanza fresca; piccola e grassa, camminava sulle gambe corte ancheggiando con sussiego. Aveva una grande chioma nera, faccia tonda con occhi lucenti, ciglia lunghe, denti bianchi e minuti. La storia di questa signorina è presto detta. Ella aveva consumato la sua giovinezza sola col padre vedovo in una città provinciale del mezzogiorno. Prigioniera del vecchio austero e geloso, la sua vita era stata quella delle cosiddette «monache di casa»; per il terrore dell’ira paterna, aveva mortificato la propria natura esuberante. Era curiosa, golosa e vile; ma la sua bonaria innocenza si era conservata intatta. Quando suo padre morì, lasciandole una modestissima rendita, la ragazza, rimasta sola, andò a trascorrere il periodo di lutto nella capitale, presso certe gaie cugine. Il suo lutto, il suo stupore e la sua goffaggine le impedivano di partecipare alla loro vita, sulla quale però essa apriva due occhioni avidi. Quelle fanciulle beate non vivevano che per il loro piacere, non si occupavano che di frivolezze e il più appassionato argomento delle loro ciarle era l’amore. 5 10 15 20 25 30