15 – BEPPE FENOGLIO (Alba, 1922 – Torino, 1963) Lo scambio dei prigionieri 1959 Tratto da Racconti della guerra civile Data della prima pubblicazione: Matè smise di limare il fondello di una cartuccia di sten. Un lavoro che faceva per conto del tenente Leo il quale da un pezzo non riusciva più a trovare le munizioni originali del mitra Beretta. «Chi ti ha detto che io feci parte della squadra che scambiò Sceriffo?» «Sceriffo medesimo», rispose Genio. «Sì», disse allora Matè intascando la lima. «Perez mandò me ed io mi misi al bivio ad aspettare il prigioniero fascista che doveva scendere dal comando di Morgan. Era il venti di marzo o giù di lì. Dopo mezz’ora che aspettavo vedo spuntare dall’ultima curva un trio. Uno era il prigioniero, in divisa grigioverde e gli occhi bendati, l’altro una guardia del corpo di Nord che si chiama Orlando e il terzo un uomo di Morgan che si chiama Miguel. Ancora da distante Orlando mi chiese del curato di Mangano che doveva fare da mediatore e io lo informai che era partito prima sulla sua bicicletta da corsa e ci aspettava a Travio. Vicino a me si fermarono e quel prigioniero cominciò a piangere a mani giunte e a dire no, no, no. “Che gli prende?” domando io e Orlando mi spiega che faceva così a ogni fermata, perché a ogni fermata credeva di essere arrivato al posto della sua fucilazione. “Ma non gli avete detto che lo portate a scambiare?” e Orlando “Detto e ridetto, ma non ci crede”. Intanto ci eravamo avviati e il prigioniero continuava a piangere e supplicare e allora Miguel gli disse “Adesso piantala. Ma credi sul serio che se volessimo fucilarti faremmo fare a te e a noi una simile sgambata?”. Andavamo verso Meviglie. Camminavamo senza sforzarci sia perché avevamo molto tempo davanti sia perché il prigioniero per essere bendato logicamente non abbondava col passo. Dopo cinque o sei chilometri ci fermammo per accendere le sigarette e quello tornò a belare. “Non ricominciare”, gli dissi, “piuttosto apri la bocca”. Avevo acceso anche per lui. “No, no, no!” grida e poi serra la bocca più che può. “Non fare storie, aprila. Voglio solo ficcarci una sigaretta. Tu fumi, no?”. “Fumo sì, ma ho paura”. “Paura di che?”. “Ho paura,” mi risponde, “ho paura che tu mi cacci in bocca una matita esplosiva”. “Disgraziato!” gli dico io, ma non insisto. Lui allenta, io colgo il momento buono e gli premo una sigaretta fra i denti. “Tira e dimmi se è una sigaretta esplosiva”. Tirò una boccata, un’altra. “Di’ almeno grazie”. “Grazie, grazie mille”, fa lui, ed io “Va’ là che sei un bel disgraziato”». 5 10 15 20 25 30