Bene, allora cominciamo.» Aprì il programma delle lezioni e con un sospiro aggiunse: «E va bene. Allora, chi di voi conosce l’alfabeto?». Fu sorprendente, perché a) era davvero un bel pezzo che nessuno mi faceva quella domanda, e b) mi resi conto, ridendo, che io l’alfabeto non lo sapevo. Le lettere erano le stesse, ma in Francia le pronunciavano diversamente. Io dell’alfabeto conoscevo la forma, ma non avevo idea del suono. «Aaah...» La professoressa andò alla lavagna e scrisse la lettera a. «C’è qualcuno qui dentro il cui nome inizia per aaah?» Alzarono la mano due Anne polacche, e la professoressa chiese loro di presentarsi dicendo nome e cognome, nazionalità, occupazione, oltre a una breve lista delle cose che gli piacevano e che non gli piacevano. La prima Anna veniva da un sobborgo industriale di Varsavia, e aveva un paio di incisivi grossi come lapidi. Faceva la sarta, amava trascorrere serate tranquille con gli amici e odiava le zanzare. «Ma non mi dire!» ribatté la professoressa. «Davvero interessante. E io che pensavo che ciascuno adorasse le zanzare! Tu invece, qui davanti a tutti, affermi di detestarle. Ma cosa abbiamo fatto per meritarci una persona tanto unica e originale? Spiegacelo, per cortesia.» Di tutto questo la sarta non capì un’acca, ma intuì che era il caso di vergognarsi. Fece per aprire la boccuccia da coniglio e prendere fiato, poi però abbassò lo sguardo, come se la risposta gliel’avessero cucita da qualche parte vicino alla cerniera dei pantaloni. La seconda Anna, mostrando di aver imparato dagli errori della prima, affermò di amare il sole e odiare le mosche. Sembrava di ascoltare una versione tradotta dei profili delle conigliette sul paginone centrale di Playboy, con le risposte tutte scritte nella stessa grafia svolazzante: “Cose che amo: il chilli piccantissimo della mia mamma! Cose che odio: la gente insicura e i maschietti troppo sfacciati!!!!”. Di sicuro le due Anne polacche avevano le idee chiare su cosa amavano e cosa odiavano, ma anche loro, come tutti gli altri, disponevano di un vocabolario assai limitato, il che non le faceva apparire esattamente sofisticate. La professoressa proseguì imperterrita, e così scoprimmo che Carlos, il fisarmonicista argentino, amava il vino, la musica e, per citare le sue parole: “Fare il sesso con le donne del mondo”. Poi fu la volta di una bella ragazza iugoslava, che si definì ottimista e disse di amare tutte le cose che la vita aveva da offrire. La professoressa si leccò le labbra, lasciando intravedere per un istante la vipera che in seguito avremmo imparato a conoscere. Si raccolse come a preparare l’attacco, appoggiò le mani sul banco della ragazza e sporgendosi verso di lei disse: «Ah, sì? E dimmi, tra le cose che ami c’è anche quella guerrettina in corso dalle tue parti?». Mentre l’ottimista tentava goffamente di difendersi, io cercai di elaborare in fretta e furia una risposta a quella che si era palesemente trasformata in una domanda-trabocchetto. Quante volte uno si sente chiedere cosa gli piace e cosa non gli piace? E soprattutto quante volte se lo sente chiedere per poi vedersi ridicolizzare in pubblico? Mi tornò alla mente mia madre, con la faccia rossa per il vino, che una sera tardi aveva battuto il pugno sul tavolo dicendo: «Le cose che amo? Una bella bistecca al sangue. E poi il mio gatto, e...». Io e le mie sorelle a quel punto ci eravamo sporti in avanti, in attesa di sentirla pronunciare i nostri nomi. «Quelle pastigliette per lo stomaco alla menta, le Tums» aveva concluso lei. «Ecco, le Tums le amo proprio.» 30 35 40 45 50 55 60 65 70 75