VERSO LA PROFESSIONE L’antropologo e i musei Fin dalle origini l’antropologia si è occupata dello studio di oggetti e manufatti realizzati secondo le tecniche, i saperi e le credenze che caratterizzano le diverse società; tutti questi beni, raccolti con metodi e criteri diversi a seconda delle epoche, vengono definiti beni demoetnoantropologici (da qui in avanti beni Dea) e si trovano nei musei etnografici, che sono sempre più numerosi sul territorio nazionale e richiedono la collaborazione degli antropologi per la selezione, l’organizzazione e la gestione del patrimonio. I beni Dea provengono essenzialmente da due bacini culturali: le società extraeuropee a oralità primaria o diffusa e le comunità rurali pre-industriali europee. Già in base alla definizione di queste due macrocategorie emerge la necessità della metodologia antropologica per riconoscere e individuare tali beni nel complesso dei tratti culturali; questo processo necessita di un’osservazione diretta e prolungata sul campo, cioè di una vera e propria etnografia. Nei musei etnografici che contengono collezioni extraeuropee, il lavoro dell’antropologo è fondamentale nell’ottica di ridiscutere la funzione stessa del museo: essi infatti si sono costituiti spesso con raccolte di materiali basate esclusivamente sul gusto dei ricercatori, degli esploratori e dei missionari, che hanno selezionato i beni in base alla loro rilevanza simbolica o addirittura al gusto occidentale, finendo per cristallizzare il “primitivo” in un’immagine idealizzata, fuori dai processi della storia. Oggi i musei etnografici, con la promozione di convegni e ricerche, adottano un’impostazione dialogica e laboratoriale, opposta all’idealizzazione del “buon selvaggio” di ottica evoluzionista, e pongono in rilievo non tanto la funzione di collezione e catalogazione, quanto quella di narrazione e comunicazione. Con questi obiettivi lavorano anche i musei etnografici legati ai beni Dea provenienti dalle società agropastorali, che in Italia sono capillarmente diffusi sul territorio. In questo caso risulta particolarmente evidente quanto i beni raccolti, una volta collocati in un museo, perdano la loro funzione originaria, tendenzialmente legata al lavoro o alla festa secondo i criteri di selezione attualmente in uso, per acquisire quella nuova di documento. Nei musei etnografici sul passato contadino la ricostruzione del contesto da cui proviene l’oggetto è ancora data per scontata o è affidata alla memoria; per questo è fondamentale l’apporto degli antropologi nella preparazione di schede, didascalie e allestimenti che ricostruiscano la componente immateriale del bene materiale che gli è propria nel contesto d’uso originario. Per esempio, nel rilevamento e nella catalogazione di un attrezzo agricolo come una zappa è certamente necessario individuare la categoria tecnologica a cui è riconducibile, ma anche il suo contesto d’uso, la storia individuale dell’oggetto, le persone che l’hanno usato quotidianamente, le tecniche e le pratiche ad esso abbinate, le norme consuetudinarie che ne regolano l’uso nel contesto sociale, la gestualità e la prossemica del lavoro, ed eventuali riferimenti simbolici e metaforici. Il settore dei beni Dea ha registrato negli ultimi decenni un incremento di attenzione, che si riscontra nella molteplicità di musei presenti sul territorio, sia di carattere locale sia a livello nazionale. Nel 2016 nasce a Roma il Museo delle Civiltà, che racchiude in sé le principali istituzioni museografiche italiane sui beni Dea, come il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini e il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria, le cui collezioni risalgono alla raccolta realizzata dal 1906 per l’Esposizione Universale del 1911. Data la situazione attuale favorevole e il quadro normativo italiano, per proseguire la propria carriera come antropologo nei musei dopo la laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia è consigliato approfondire la propria formazione seguendo corsi di perfezionamento in museologia e museografia.