E dunque Lucrezia ha ceduto: ma in che modo ha ceduto? Perché è vittima delle circostanze, incapace di opporre resistenza durante la progettazione della beffa, oppure perché, in fondo in fondo, è l’unico personaggio ad avere coscienza e dominio della situazione, alla quale finisce per adattarsi in modo – è il caso di dirlo – machiavellico? Il dibattito critico e interpretativo è aperto: la virtuosa Lucrezia è la legnosa depositaria di una castità bigotta, a cui è costretta a rinunciare solo per debolezza dinanzi alla volontà altrui? O invece nella sua repentina trasformazione, indotta dalla scoperta del piacere fisico, c’è la capacità di aggirare con astuto calcolo le insidie della Fortuna, archiviando senza troppi rimorsi i princìpi morali e accettando consapevolmente l’ipocrisia della società? Tre dei massimi studiosi di Machiavelli, i critici letterari Luigi Russo (1892-1961) e Guido Davico Bonino (n. 1938) e il filosofo Gennaro Sasso (n. 1928), esprimono sulla questione idee diverse tra loro.