La poesia può dirci molto anche se i suoi versi non dicono nulla. Ciò avviene per il capolavoro di Burchiello ma anche per i versi pirotecnici e scanzonati di un maestro novecentesco della poesia giocosa, Fosco Maraini (1912-2004). Questo è uno dei suoi componimenti più celebri, Il giorno ad urlapicchio, una sequela di parole inventate di sana pianta. Eppure – potere della nostra lingua – ciascuno di noi può afferrarne il senso. O almeno provarci…

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è un giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo, per davvero”.
(Fosco Maraini, Il giorno ad urlapicchio, in Gnòsi delle Fànfole, Baldini & Castoldi, Milano 1994)