Le aspirazioni coltivate fin dall’adolescenza paiono concretizzarsi: «Io sono capital nemico della fatica e del disprezzo […]. Questo segno [scopo] mi sono proposto: piacere e onore». Per il resto della sua esistenza il poeta inseguirà l’ideale di una vita senza obblighi di sorta, tutta spesa negli studi che gli avrebbero procurato la gloria. Questo sogno è però destinato a spegnersi presto: cominciano infatti a trapelare invidie e sospetti da parte dei poeti e cortigiani della cerchia di Alfonso, che secondo Tasso non tollerano il suo successo via via crescente, soprattutto dopo la composizione della favola pastorale Aminta (1573).