Del resto, se Ariosto rivendica il proprio diritto a essere uomo tra gli uomini e a cercare il giusto mezzo nella vita e nell’arte, Tasso non può concepire la propria esistenza se non nell’inestricabile intreccio con la letteratura: in un’epoca che soffoca la libertà espressiva e impone di banalizzare l’ispirazione dentro schemi forzati (retorici o religiosi), egli tenta – tra le infinite incongruenze della sua personalità e rimbalzando tra insoddisfazione, autocensura e ricerca dell’ortodossia – di restituire alla letteratura ancora un ruolo conoscitivo, ridando dignità alla poesia. È una ricerca disperata, che lo porta a un conflitto con l’autorità da cui esce sconfitto, ma che, al contempo, fa di lui, con tutte le contraddizioni della sua psiche, il primo grande letterato della modernità.
