Anche se espresso in varie forme, il tratto tipico dell’intellettuale settecentesco è la tendenza al rinnovamento. La figura stessa del letterato subisce una profonda trasformazione, mirando a svincolarsi dalla dipendenza da un mecenate (pubblico o privato) e a rivendicare l’utilità sociale del suo lavoro.

Tra corti e boschi bucolici

La spinta al rinnovamento non significa che, specie in Italia, scompaia all’improvviso la tradizionale figura dell’intellettuale cortigiano o del poeta al servizio dei potenti (il letterato italiano più celebre del tempo, Pietro Metastasio, è nominato primo poeta di corte a Vienna); né viene meno l’attitudine – tipica del costume letterario nazionale – all’evasione e alla fuga dalla realtà, come mostra l’esperienza dell’Accademia dell’Arcadia (fondata a Roma nel 1690), che richiede ai suoi membri di assumere pseudonimi ricavati da suggestivi richiami agli ambienti bucolici (boschi e campi) dell’antica Grecia e di promuovere una poesia immersa in una dimensione astratta, lontanissima dalla concretezza del tempo storico.