Scritto nel 1612, è il primo testo con cui, dopo la pubblicazione del Sidereus nuncius, Galileo si difende dai sostenitori della tradizione scientifica. In quest’opera, scritta in volgare, egli sostiene l’infondatezza della posizione aristotelica secondo la quale sarebbe la forma dei vari corpi a determinarne il galleggiamento o l’affondamento.
Uno stile “tagliato” sul destinatario
La scelta della lingua volgare e l’adozione della forma del dialogo, preferita a quella del trattato, mostrano la consapevolezza con la quale Galileo si propone di avvicinare la scienza agli «intendenti», cioè a quegli uomini «capaci di ragione, e desiderosi di saper il vero», non dotti né eruditi, e quindi non necessariamente conoscitori del latino, ma curiosi e provvisti di una qualche istruzione.
Il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono è un trattato in volgare sul comportamento dei corpi nell’acqua.