1. La vita

Tra Verona e Roma

Gaio Valerio Catullo nasce a Verona, in Gallia Cisalpina. San Girolamo (IV secolo d.C.), recuperando l'informazione dallo storico Svetonio (I-II secolo d.C.), indica come data di nascita l'anno 87 a.C. portando come riferimento il consolato di Cinna, e informa che il poeta muore all'età di trent'anni, quindi nel 57 a.C. Alcuni elementi interni ai testi catulliani, però, presuppongono la conoscenza di eventi avvenuti dopo questa data, precisamente nel 55 a.C. Pertanto, si può pensare che il riferimento cronologico dato da Girolamo sia errato e ipotizzare come data di nascita l'84 a.C., anno, peraltro, di un secondo consolato di Cinna; ciò spiegherebbe anche l'errore, sempre presupponendo che sia corretta la notizia per la quale Catullo muore a trent'anni (anche di questo, infatti, non possiamo essere certi).
In assenza di altre testimonianze, i pochi dati certi sulla biografia di Catullo si traggono da elementi interni alla sua opera. Sappiamo che la sua vita si è svolta tra Verona e Roma: l'Urbe è sua dimora almeno dal 66-65 a.C., come attesta il carme 108, mentre Verona – nei pressi della quale, a Sirmione, il poeta possiede una villa sul lago (carme 31, vedi T18) – è la sua città natale, amata ma considerata provinciale e scomoda, lontana da libri e amici. In particolare nel carme 68 Catullo si lamenta di avere con sé, a Verona, una sola cassa di libri, perché ormai tutta la sua vita si svolge a Roma: Nam, quod scriptorum non magna est copia apud me, / hoc fit, quod Romae vivimus; illa domus, / illa mihi sedes, illic mea carpitur aetas; / huc una ex multis capsula me sequitur («E poi non ho con me i miei libri, le mie poesie, / perché io vivo a Roma, lo sai, e lì è la casa / dove abito, dove si consuma la mia vita: / qui di tanti libri non ne ho che una dozzina», vv. 33-36, trad. M. Ramous).

Il viaggio in Bitinia

Un evento importante e sicuro è il suo viaggio in Bitinia al seguito del pretore Memmio (il dedicatario del De rerum natura di Lucrezio, vedi p. 357) tra il 57 e il 56 a.C. Nel corso di questo viaggio, Catullo ha l'occasione di visitare alcune città dell'Asia Minore (carme 46, vedi T19) e di portare il suo omaggio funebre al fratello, sepolto nella Troade (carme 101, vedi T14), la cui morte costituisce un episodio dolorosissimo per il poeta, che vi fa riferimento in diversi testi del Liber.

CATULLO

  • Nasce a Verona attorno all'84 a.C. e muore all'età di trent'anni
  • La sua vita si divide tra Verona e Roma
  • Il viaggio in Bitinia tra il 57 e il 56 a.C. segna un momento importante della sua esistenza
  • Nei suoi versi canta l'amore per Lesbia, ma trovano spazio anche l'amicizia e le invettive

VIVA VOX

IL "PERDONO" DI CESARE

Come tutti i rappresentanti del circolo neoterico, Catullo proviene da un ceto sociale elevato, che lo porta a essere – per educazione e tradizione – un conservatore: non è dunque un caso che gli strali della sua poesia giambica ed epigrammatica colpiscano Cesare e i suoi seguaci. I suoi attacchi sono tuttavia l'espressione di una indignatio moraleggiante, e non hanno minimamente un impatto politico. Questo spiega il comportamento magnanimo del tiranno raccontato da Svetonio (I-II secolo d.C.) nel De vita Caesarum. Nel descrivere la tendenza di Cesare a perdonare e a non serbare rancore, il biografo cita due episodi che coinvolgono altrettanti poeti del circolo neoterico, Gaio Licinio Calvo e lo stesso Catullo. Il primo aveva attaccato Cesare in alcuni suoi epigrammi, mentre il secondo lo aveva irriso, nei carmi 29 e 57, per i suoi rapporti con Mamurra, il sodale e collaboratore di Cesare che proprio grazie all'influente amico si era arricchito a dismisura. Cesare, tuttavia, non aveva dato, a quanto pare, troppa importanza a questi attacchi poetici, né la cosa aveva guastato i rapporti amichevoli con il padre del poeta: «Per primo, e spontaneamente, [Cesare] scrisse a Gaio Calvo che, dopo averlo diffamato con i suoi epigrammi, aveva chiesto l'aiuto di alcuni amici per riconciliarsi con lui. Valerio Catullo, con i suoi versi su Mamurra, gli aveva impresso un indelebile marchio di infamia e Cesare ben lo sapeva, ma quando il poeta volle chiedergli scusa, lo invitò a cena il giorno stesso e non cessò, come ormai era abituato, le relazioni di ospitalità con suo padre» (Svetonio, Divus Iulius 73, trad. E. Noseda).