T5 Viviamo, mia Lesbia, e amiamo

  • tratto da Liber, carme 5 [LATINO/ITALIANO]

Noto come "carme dei baci" e strettamente legato al carme 7 (vedi T6), questo componimento connette la necessità di abbandonarsi alla passione al tema della morte che incombe e a quello dell'invidia dei maligni.

Metro: endecasillabi faleci

Testo in latino su un’unica riga: Vīvāmūs, mĕă Lēsbĭa, | ātque ămēmŭs. Nel testo sono indicati gli accenti e la metrica dell’endecasillabo falecio.

Traduzione: G. Paduano

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
Soles occidĕre et redīre possunt:
5 nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.

REPETITA IUVANT
congiuntivo indipendente: esortativo
vedi p. 694

1-3. Vivamus… assis! Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci, e i brontolii dei vecchi austeri valutiamoli, tutti insieme, due soldi.
Vivamus… amemus: il primo verso è costruito a cornice con i due congiuntivi esortativi (Vivamus e amemus) in apertura e chiusura: l'invito a godere la vita e l'amore, tradizionale della poesia greca (pensiamo a quanto scriveva il poeta elegiaco del VII-VI secolo a.C., Mimnermo, nel fr. 1 West: «Ma quale vita, quale piacere senza l'aurea Afrodite? / Possa morire quando non più di ciò mi diletti», trad. C. Di Noi), è reso più soggettivo dalla presenza dell'allocuzione all'amata (mea Lesbia) collocata al centro del verso. rumoresque senum… assis: il tema è connesso a quello della necessaria indifferenza ai mormorii e alle chiacchiere moraliste (rumores) dei vecchi rigidi (severiorum è un comparativo assoluto), che gli amanti devono tenere poco in considerazione (unius aestimemus assis; l'"asse", qui al genitivo di stima, era la più piccola moneta romana). Omnes ("tutti") è accostato a unius in antitesi*, rafforzata dal doppio iperbato*. La forma unĭus (in luogo di unīus) si trova spesso in poesia.

4-6. Soles occidĕre… una dormienda Il sole può tramontare e tornare, ma noi, quand'è tramontata la nostra breve luce, dobbiamo dormire una sola notte, perpetua.
Il poeta richiama in questi versi il tema della morte: essa rende unica la vita umana, che per questo va vissuta a fondo. L'esperienza della morte come tramonto della vita è introdotta dal riferimento alla ripetizione di tramonti e albe: i "soli" (il plurale soles, che può intendersi come metonimia*, equivalente a dies, o come plurale poetico, è efficacemente contrapposto ai singolari lux e nox che rispettivamente chiudono e aprono i vv. 5 e 6) possono continuamente tramontare e sorgere (occidĕre et redīre), ma noi – una volta che la breve luce della vita è tramontata – non possiamo che dormire una notte eterna, che è una sola (nox est perpetua una dormienda). semel: "una sola volta"; è posto al centro del verso a sottolineare l'unicità di questo tramonto definitivo. una: il poeta torna a insistere sull'opposizione tra esperienza unica dell'essere umano e ripetitività dei fenomeni della natura. nox est… dormienda: l'ineluttabilità del destino umano è sottolineata anche dalla scelta del costrutto della perifrastica passiva, in cui è nox il soggetto grammaticale (così come lux lo è della subordinata).

7-9. Da mi basia… centum Dammi mille baci, e poi cento, poi altri mille e altri cento, poi ancora altri mille e altri cento.
Il riferimento precedente alla morte è sufficiente a cogliere il senso del passaggio all'imperativo del bacio (da mi basia: mi è forma contratta del pronome personale mihi; per il termine basium, vedi p. 281). Come è stato notato da Alfonso Traina (vedi Analisi), Catullo crea in questa sezione come dei «mucchietti» di baci, a gruppi numerici alternati di mille e di cento: il ritmo e la ripetizione con variatio favoriscono la percezione di questa sequenza, che il poeta si augura infinita.