Il 13 dicembre 1943 Primo Levi è arrestato con altri compagni nei pressi di Saint-Vincent e condotto ad Aosta: dichiaratosi ebreo, alla fine del gennaio 1944 viene trasferito nel campo di internamento e di concentramento di Carpi-Fossoli, che a febbraio è preso in gestione dai tedeschi; il 22 febbraio parte il convoglio che in cinque giorni porterà Levi, insieme ad altri 650 ebrei italiani, nel campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia. Due anni più tardi, nel ricordare le settimane trascorse in quel luogo, Levi compone questa poesia, intitolata Il tramonto di Fossoli, che traduce alla lettera i vv. 4-6 del carme 5 di Catullo:
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire».
(P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1984)
Il contrasto fra il tramontare quotidiano del sole, destinato a tornare sempre il giorno dopo (Soles occidĕre et redīre possunt), e la notte infinita che coincide con la fine della vita umana (nox est perpetua una dormienda) era stato usato dal poeta latino come esortazione, rivolta a Lesbia, a "vivere" e ad "amare", lasciandosi andare a un incalcolabile numero di baci. Le parole di Catullo vengono alla mente a Levi nel momento in cui vede il sole tramontare attraverso il filo spinato che lo tiene prigioniero: la coscienza del carattere definitivo e inappellabile della morte – che ora non è più evocata come una lontana prospettiva futura, ma si impone come una concreta e immediata possibilità – acquisisce così un senso diverso e più dolorosamente tragico.
L'intenso dialogo con il modello antico non si limita, però, alla traduzione di quei tre versi: il "ritorno" che, a differenza di quello del sole, non può avvenire non è soltanto quello della vita, ma anche, proprio all'inizio del componimento (v. 1), quello dei deportati che non torneranno mai a casa; e ugualmente uno dei due verbi usati per descrivere il tramonto, «morire» (v. 3), nel riprendere il latino occidĕre (tradotto poi con «cadere» al v. 6), suggerisce però anche, più direttamente, l'idea della morte. I versi di Catullo improvvisamente tornati alla memoria del poeta gli "lacerano" la carne, venendo così implicitamente a coincidere con il filo spinato attraverso il quale il poeta assiste al tramontare del sole: la sofferenza concreta evocata dalla recinzione è il correlativo oggettivo della sofferenza esistenziale evocata dalle parole del poeta antico. Nella «notte infinita» (v. 8), inoltre, la critica ha proposto di scorgere un'allusione al buio della ragione nel quale era precipitata l'Europa all'epoca del totalitarismo nazionalsocialista e del conflitto mondiale.
La memoria dei versi latini diviene così strumento per l'enunciazione di una verità universale, che dalla passione di Catullo per Lesbia giunge ai deportati del Novecento, coerentemente con la tendenza di Levi a «riportare all'ambito dell'escatologia anche ciò che in origine rappresenta una meditazione di portata più personale» (C. Segre). È un esempio di una prospettiva ricorrente in molta poesia contemporanea: si isolano singole parole, frasi o sequenze di versi delle letterature antiche facendole risuonare, conservandone il senso più profondo, in un nuovo contesto moderno.
