T7 Ille mi par esse deo videtur

  • tratto da Liber, carme 51 [LATINO LABORATORIO]

Un uomo felice è seduto di fronte a una donna incantevole, della quale il poeta è perdutamente innamorato: è così che Catullo, nel solco tipicamente romano della traduzione artistica, imita, rielabora e integra una famosissima ode (fr. 31 Lobel-Page=Voigt) della poetessa greca Saffo (VII-VI secolo a.C.). Il "lui" (ille) forse vive una condizione di benessere che il poeta gli invidia o forse è un rivale d'amore. Del resto Catullo, da uomo, ammette di essere un amante infelice (miser) in preda a uno sbandamento dei sensi e, da poeta, sa esprimere la concreta difficoltà di mantenere un pensiero lucido quando è in preda alla passione. Tuttavia il fulmineo cambio di tono del finale pare una strigliata alla coscienza perché diffidi dell'inerzia (otium) che allontana la vita dalle proprie responsabilità.

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identĭdem te
  spectat et audit

Quello mi sembra pari a un dio,
quello, se è lecito, mi pare superi gli dèi,
lui che, sedendo di fronte a te,
guarda e ascolta te ininterrottamente

5 dulce ridentem, misero quod omnis
erĭpit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
  [vocis in ore]1

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lingua sed torpet, tenuis sub artus
10 flamma demanat, sonitu suopte
tintĭnant aures, gemina teguntur
  lumina nocte.

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Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
15 otium et reges prius et beatas
  perdidit urbes.

L'ozio, Catullo, è per te un danno:
nell'ozio esulti e ti ecciti troppo;
l'ozio in passato ha portato
alla perdizione re e città.

1. [vocis in ore]: di fronte alla perdita del v. 8 in tutta la tradizione manoscritta, i filologi propongono l'integrazione vocis in ore, oppure Lesbia vocis.