Il foedus amicitiae

In questo carme trova una chiarissima espressione la concezione dell'amore come patto, foedus, che ha la sacralità di un vincolo e di un giuramento (sanctae, v. 6): si tratta di un rapporto puro e sincero, definito qui anche con il termine amicitia proprio per sottolineare tale caratteristica di spiritualità. Catullo rinnova la speranza in quegli elementi essenziali e fondativi del rapporto che desidererebbe avere con Lesbia: un legame inscindibile e destinato a durare per tutta la vita (perpetuum, v. 2; tota perducere vita, v. 5; aeternum, v. 6), sancito da un elemento di sacralità (sanctae… amicitiae, v. 6) che tende ad avvicinare il rapporto con Lesbia all'immagine di legittimità del vincolo nuziale, arricchito, però, da un sentimento amoroso ed erotico che è estraneo alla concezione del matrimonio propria del mondo romano. I due termini amor e amicitia, in apertura e chiusura del carme, definiscono una visione assoluta dell'amore come un legame sereno, eterno e basato sulla reciproca lealtà, che tuttavia per Catullo costituisce solo una speranza.

T9 Il dolore del discidium

  • tratto da Liber, carme 8 [LATINO]

La storia d'amore con Lesbia è finita: Catullo esorta sé stesso ad accettarlo e prospetta a Lesbia un futuro di solitudine e sofferenza.

Metro: coliambi

Testo in latino su un’unica riga: Mĭsēr Cătūllĕ, | dēsĭnās ĭnēptīrĕ. Nel testo sono indicati gli accenti e la metrica del coliambo.

Miser Catulle, desĭnas ineptire,
et quod vides perisse, perdĭtum ducas.
Fulsēre quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas, quo puella ducebat
5 amata nobis, quantum amabitur nulla!

REPETITA IUVANT
participio in funzione predicativa
vedi p. 698

1-2. Miser Catulle… ducas
Catullo si definisce miser, "infelice": il termine ricorre frequentemente nella poesia erotica a designare le sofferenze d'amore. L'apostrofe* a sé stesso, strategia utilizzata anche altrove nel Liber (carmi 46; 51; 52; 79), è strutturale in questo carme, in cui contribuisce a rappresentare con efficacia lo sdoppiamento tra la ragione, che induce ad accettare il discidium, e il sentimento, che porta il poeta ad abbandonarsi alla rievocazione dei ricordi felici. desĭnas… ducas: i verbi principali (desĭnas, "smetti", e ducas, "considera"), legati dall'allitterazione*, sono qui al congiuntivo (più avanti sostituito con l'imperativo), e rappresentano due momenti dell'esortazione che Catullo rivolge a sé stesso. Con il primo verbo il poeta si esorta ad abbandonare il delirio causato dalla passione ("smetti di fare il folle"; ineptire, da in- privativo e aptus "adatto", indica l'incapacità di adattarsi alle circostanze e la conseguente serie di azioni inadeguate). Il secondo momento dell'esortazione consiste nell'accettazione della fine del rapporto, che Catullo oggettivamente vede finito (vides perisse, lett. "vedi essere svanito, perduto"), ma che deve abituarsi a considerare tale (nota il poliptoto* verbale tra perisse, infinito perfetto, e perdĭtum, participio).
3-7. Fulsēre… puella nolebat
Fulsēre quondam… ducebat: "una volta (quondam) splendettero (Fulsēre, forma arcaica e poetica della terza persona plurale del perfetto) giorni (soles ha il valore metonimico di dies) radiosi". Catullo ricorda a sé stesso (tibi, al v. 3, è in opposizione a nobis del v. 5: una strategia efficace di sdoppiamento) i giorni della felicità, quando (cum) era solito "inseguire con entusiasmo" (ventitabas è un frequentativo) la sua donna dovunque lei lo conducesse (quo puella ducebat). amata… amabitur nulla: quell'amore era unico, e nessun'altra donna (nulla) mai lo riceverà in futuro: amata forma con amabitur un ulteriore poliptoto che proietta lo sguardo sul futuro, anticipando il tema dei versi finali rivolti a Lesbia. Nobis è dativo d'agente.