T10 Quello che dice una donna…

  • tratto da Liber, carme 70 [LATINO/ITALIANO]

In questi due distici Catullo offre una sua personale rielaborazione del motivo, già greco, della vanità delle promesse d'amore.

Metro: distici elegiaci

Testo in latino disposto su due righe: Nūllī sē dīcīt | mŭlĭēr mĕă nūbĕrĕ māllĕ quām mĭhĭ, nōn sī sē | Iūppĭtĕr īpsĕ pĕtăt. Nel testo sono indicati gli accenti e la metrica del distico elegiaco.

Traduzione: G. Paduano

Nulli se dicit mulier mea nubere malle
   quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
Dicit; sed mulier cupido quod dicit amanti
   in vento et rapida scribere oportet aqua.

1-2. Nulli se dicit… petat La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro, neanche se la chiedesse Giove in persona.
Nulli… quam mihi: il carattere sentenzioso dell'epigramma è sottolineato dal ricorso a mulier (preferito al più comune puella), collocato al centro del verso insieme al possessivo mea, con cui crea un'allitterazione* che lega il soggetto al verbo dell'infinitiva (malle) e al dativo del pronome personale (mihi). Nubere è usato con valore eufemistico-erotico, ma resta interessante la scelta di un termine che ha anche il valore specifico di "sposare": inoltre, il verbo crea un'allitterazione sillabica con il dativo Nulli. non si… petat: la promessa di amare solo Catullo non sarebbe alterata "neppure se" (non si) a pretendere l'amore di Lesbia fosse "Giove in persona" (Iuppiter ipse): il motivo di Giove seduttore è di ascendenza ellenistica e comica.

3-4. Dicit… aqua Così dice, ma quello che dice una donna all'amante appassionato, va scritto sul vento e sull'acqua che fugge.
La ripetizione del verbo del v. 1 (dicit) seguito dall'avversativa sed è un tratto che Catullo sembra recuperare da un epigramma di Callimaco (25 Pfeiffer), anch'esso relativo ai giuramenti d'amore che «non arrivano all'orecchio degli dèi». La tensione emotiva di Catullo è però più immediata e soggettiva, come è evidente dalla concretezza delle immagini del verso finale (il vento e l'acqua che fugge, a suggerire l'evanescenza delle promesse, come nel celebre frammento 742 Nauck² di Sofocle, tragediografo greco del V secolo a.C.: «il giuramento di un donna io lo scrivo sull'acqua»).

ANALISI DEL TESTO

Una rielaborazione originale dei modelli greci

Il motivo della vanità delle promesse è già greco e fa pensare, in particolare, al confronto con l'epigramma 25 Pfeiffer di Callimaco: «Giurò Callignoto a Iònide che mai più di lei avrebbe avuto caro un amico o un'amica. Giurò. Ma dicono bene: i giuramenti d'amore non raggiungono l'orecchio degli dèi. Ora lui d'amore per un ragazzino brucia, e della povera fanciulla […] non si fa conto né stima» (trad. G.B. D'Alessio). La rielaborazione che ne fa Catullo, tuttavia, è ricca di soggettività e vita: è notevole, in particolare, l'equilibrio tra tendenza alla sentenziosità e concretezza dell'espressione, che fa di questo carme una riflessione amara sulla caducità della felicità umana.

Sentenziosità ed epigramma

Il tono proverbiale che caratterizza il secondo distico è un elemento non raro nel genere epigrammatico, che anche Catullo sfrutta in questa sezione del Liber. Alcuni tra i componimenti dedicati a Cesare, per esempio, contengono la rielaborazione di una sententia: un esempio, tra i meno aggressivi, si trova nel secondo verso del carme 93, in cui il poeta sottolinea la propria indifferenza nei confronti del politico usando l'espressione proverbiale nec scire utrum sis albus an ater homo («né m'interessa poi tanto se un uomo sei nero o bianco», trad. A. Fo).