La complessa semplicità della poesia catulliana è una sfida su più piani per i traduttori moderni. Tradurre il testo, tentando di riprodurne le caratteristiche costitutive, pone di fronte a problemi e questioni che ciascuno risolve in modo personale («a ciascuno il suo Catullo», scrisse Salvatore Quasimodo).
Riportiamo qui di seguito le traduzioni del carme 70 di Enzo Mandruzzato (1982) e di Alessandro Fo (2018).
Dice la donna mia che mai sposerebbe nessuno,
escluso me, neppure se la volesse Giove.
Dice così, ma ciò che una donna dice a chi l'ama
scrivilo sopra il vento, sopra l'acqua che fugge.
(Catullo, I canti, trad. E. Mandruzzato, Rizzoli, Milano 1982)
Tre osservazioni su questa traduzione: per quanto riguarda la collocazione delle parole, si può notare la scelta dell'anafora iniziale di «Dice», con cui si aprono i vv. 1 e 3; sul piano del lessico, il traduttore ha scelto di rendere nubere con "sposare", valorizzando il significato più tecnico del verbo e sacrificandone il valore eufemistico-erotico; sul piano sintattico, infine, è da segnalare l'efficace semplificazione del nesso scribere oportet, reso con l'imperativo «scrivilo».
Che a nessun altro che a me lei vorrebbe di più unirsi, dice,
la donna mia, neanche se Giove in persona la chieda.
Dice. Ma quello che dice al suo amante bramoso una donna
scriverlo devi sul vento e sopra l'acqua impetuosa.
(Catullo, Le poesie, trad. A. Fo, Einaudi, Torino 2018)
Dopo aver tradotto nel 2012 l'Eneide rispettando il ritmo esametrico e riproducendone la formularità, Alessandro Fo, latinista e autore di versi, ha pubblicato nel 2018 una traduzione del Liber catulliano, affiancando le conoscenze del filologo alla finezza del poeta. Anche in questo caso, l'attenzione al lessico, ai giochi fonici e alla collocazione delle parole è congiunta al tentativo di riprodurre l'andamento ritmico dei metri dell'originale, qui il distico elegiaco. Sul piano lessicale, Fo mantiene il senso eufemistico-erotico di nubere («unirsi»). Le scelte più interessanti riguardano la collocazione delle parole: si noti il dislocamento all'inizio del v. 2 del soggetto («la donna mia»), che, anticipato alla fine del verso precedente dal verbo, acquista una posizione di rilievo (che nell'originale era garantita dalla combinazione con le cesure del verso); ciò crea una struttura chiastica diversa e nuova, ma che rispecchia appieno il gusto alessandrino: «dice» ricorre alla fine del v. 1 e all'inizio del v. 3 (qui, come nell'originale, senza integrazioni, mentre Mandruzzato aggiunge «così») e la «donna» è posta all'inizio del v. 2 e alla fine del v. 3.
