1-2. Dicebas quondam… Iovem
Il carme è rivolto a Lesbia (il vocativo, che apre il secondo verso, è collocato subito dopo l'accusativo del nome proprio di Catullo alla fine del primo verso) e le ricorda quando "una volta" (quondam) diceva di "conoscere" (nosse = novisse, ha valore erotico, come anche tenere) soltanto il poeta e di preferirlo a Giove in persona. Il richiamo intratestuale al carme 70 è qui evidente (Nulli se dicit mulier mea nubere malle / quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat, vv. 1-2 vedi T10).
3-4. Dilexi tum… et generos
Catullo rievoca con amarezza quel tempo (tum) in cui amava Lesbia (te) non come la "gente comune" (vulgus) può amare una "concubina" (amicam), ma con l'affetto pulito e filiale di un padre verso figli e generi. Dilexi: diligere anticipa in termini ancora generici il bene velle finale. pater ut: anastrofe* (equivale a ut pater). gnatos… generos: osserva come i due termini sono legati da allitterazione* e omeoteleuto*. Gnatos equivale a natos.
5-6. Nunc te cognovi… levior
Nunc: segna il forte scarto rispetto al passato, con la presa di coscienza della vera natura di Lesbia, i cui comportamenti hanno modificato i sentimenti del poeta, che ammette di bruciare di una passione più ardente (impensius uror), ma considera Lesbia molto più spregevole (vilior) e insignificante (levior). etsi: ha valore concessivo.
7-8. Qui potis est?… minus
Nel distico finale è introdotta una domanda fittizia sulla possibilità di questa scissione tra passione e affetto, e l'interlocutore potrebbe essere Lesbia. Qui: corrisponde a quŏmodo. potis est: è usato come neutro (la domanda significa dunque "come è possibile?"). Quod: con valore causale introduce la risposta: una tale "offesa" (iniuria, termine della sfera giuridica, indica la rottura del patto amoroso) "costringe" (cogit) chi ama ad amare di più (e nota il paradossale poliptoto* amantem… amare), ma a "voler bene" di meno.