1-6. Si qua… amore tibi
Catullo esordisce chiamando in causa sin dall'inizio i temi della bontà (benefacta), della pietas (pium) e della fides (fidem; foedere) come garanzie di un futuro di serenità. La consapevolezza delle buone azioni compiute in passato, infatti, procura soddisfazione (voluptas) all'uomo, e per questo può garantirne la felicità futura nonostante la delusione d'amore. Perciò la prospettiva delle gioie future è presentata come una certezza: Catullo ricorre, infatti, a un periodo ipotetico della realtà (Si qua… est… multa parata manent… gaudia). Si qua… voluptas: nota il forte iperbato*. Qua equivale ad aliqua. cum se cogitat… pium: proposizione temporale da cui dipendono le tre infinitive che seguono. L'aggettivo pius è molto denso semanticamente in latino: indica certamente la devozione religiosa, alla quale si è pensato anche per questi versi, ma può indicare anche un senso di rispetto più ampio nei confronti del mondo umano e divino. nec… nec: l'anafora* di nec scandisce due infinitive entrambe dipendenti da cogitat, che quindi regge in totale tre infinitive, considerando la frase positiva precedente se esse pium. violasse: infinito perfetto sincopato (per violavisse). nec foedere nullo: l'insistenza sulla negazione ha valore rafforzativo e non va, dunque, considerata come una doppia negazione pienamente operante; infatti, l'espressione non deve essere tradotta come un'affermazione positiva, bensì come una negativa ("né in alcun patto…"). divum: forma arcaica per divorum. ad fallendos… homines: proposizione finale realizzata con la preposizione ad e l'accusativo del gerundivo (fallendos) unito al sostantivo di riferimento (homines). abusum: infinito perfetto (sott. esse) del verbo deponente abūtor. multa parata… gaudia: fortissimo iperbato tra l'aggettivo multa e il participio perfetto parata, da un lato, e il sostantivo al quale entrambi si riferiscono, gaudia. L'allitterazione* del suono gutturale g in ingrato e gaudia rafforza la contrapposizione tra i cattivi sentimenti suscitati dall'amore (ingrato… amore) e le gioie (gaudia) della cui imminenza il poeta sta cercando di convincersi. Catulle: il poeta rivolge l'apostrofe direttamente a sé stesso, in una sorta di monologo del quale è proprio lui il destinatario privilegiato.
7-8. Nam… factaque sunt
Catullo ribadisce, questa volta in un solo distico, il concetto espresso nella sezione precedente. aut dicere… aut facere: la ripetizione della congiunzione aut, che associa ciò che gli individui possono "dire" e ciò che essi possono "fare", presenta il comportamento di Catullo come giusto tanto nei fatti quanto nelle parole. haec: è riferito a quaecumque del verso 7. dictaque factaque: polisindeto* che, riprendendo i precedenti dicere e facere, rinforza l'argomentazione di Catullo.
9-12. Omnia… miser?
Con le due interrogative dirette il poeta affronta ora la dura consapevolezza che, nonostante le convinzioni appena espresse, il distacco da Lesbia è comunque doloroso. La successione delle interrogative enfatizza il sentimento di incredulità e disperazione del poeta. ingratae… menti: l'espressione riprende ingrato… amore, rendendo più specifica la definizione: se all'inizio, infatti, era il rapporto d'amore a essere "irriconoscente" e dunque non corrisposto, adesso è chiaro che è la donna amata, Lesbia, rappresentata per sineddoche* dall'animo (menti), a essere ingrata. credita: il verbo credo è usato anche in ambito finanziario per indicare il prestito o l'affidamento di denaro; in questo senso, la metafora* esprime l'idea che la bontà del sentimento sia andata "sprecata" perché affidata a una persona che non l'ha apprezzata.