1-5. Cenabis… cachinnis Cenerai bene, mio Fabullo, a casa mia tra pochi giorni, se ti sono propizi gli dei, a condizione che porti con te una cena buona e grande, e che ci sia anche una bella ragazza, e del vino, e del sale, e tutte le risate.
L'invito scherzoso di Catullo al suo amico Fabullo è subordinato a condizioni ben precise. Cenabis bene: fin dal primo verso l'intonazione scherzosa è palese: Catullo gioca sull'espressione cenare bene, evocando l'aspettativa dell'amico e tenendolo sulla corda fino al v. 5. paucis… diebus: con si tibi di favent è un'ulteriore raffinata modalità per conferire un valore augurale all'invito. si tecum… cachinnis: segue l'elenco delle condizioni, strettamente collegato con tutto quello che rende una cena piacevole: l'amico deve procurarsi una ragazza che sia candida, aggettivo che significa sia bella, sia dal colorito chiaro, vino, sale (che indicava sia l'intero pasto sia le battute di spirito, il sal Atticum, il "sale attico" = fine spirito), e tutte le risate possibili. Solo così si potrà cenare bene. Notevole l'enumerazione polisindeta (et… et… et) che definisce il tono scherzoso del componimento.
6-8. Haec… aranearum Se – come dico – sarai tu a portare tutto ciò, ti invito, bello mio, ad una lauta cena. Purtroppo il borsellino del tuo Catullo è pieno solo di tele di ragno.
Che l'amico si procuri da solo l'occorrente per una cena deliziosa è fondamentale: Catullo, infatti, non ha mezzi per sostenerla altrimenti. Haec si… bene: il poeta reitera (inquam) il concetto espresso nei primi cinque versi, per il quale solo così Fabullo potrà "cenare bene". L'espressione è ripresa direttamente in chiasmo*, con protasi e apodosi in posizione inversa. Il vocativo venuste noster proviene dal linguaggio familiare e ha tono canzonatorio. È inoltre presente un'anastrofe* in Haec si (dovrebbe essere si haec). Si ripete poi letteralmente l'espressione Cenabis bene che aveva aperto il componimento, a rafforzare il tono scherzoso. plenus… aranearum: la descrizione della borsa piena di ragnatele è una metafora* per la scarsità di mezzi di Catullo e fa uso di un'espressione familiare e tratta dal linguaggio colloquiale (è presente, per esempio, negli autori comici). Quello del poeta povero è un topos letterario: non è necessario, quindi, pensare per forza a una reale carenza di mezzi da parte di Catullo.