Con questo primo discorso dichiara di conoscere i piani del sovversivo, che invita a lasciare Roma, e dimostra la compattezza dei senatori contro i traditori dello Stato (vedi T4 e T5). Catilina, compreso il pericolo, si reca a Fiesole, in Etruria, dove il suo seguace Manlio ha radunato un esercito di coloni sillani, di vecchi aristocratici decaduti, di diseredati e addirittura malfattori.
Il 9 novembre il console informa il popolo romano dell'abbandono della patria da parte del sovversivo, ripete le accuse già rivolte contro di lui e informa sulla cospicua forza militare presente in Etruria (seconda Catilinaria).
Il pomeriggio del 3 dicembre Cicerone riferisce al popolo i fatti avvenuti nella seduta in Senato tenutasi la mattina (terza Catilinaria): annuncia che i catilinari rimasti a Roma sono stati arrestati grazie all'intercettazione di lettere che testimoniano di un loro complotto con i Galli Allòbrogi perché scatenino una rivolta al di là delle Alpi. Cicerone riceve il titolo onorifico di pater patriae per aver salvato lo Stato e in suo onore il Senato decreta una supplicatio, una solenne cerimonia di ringraziamento agli dèi.
Il 5 dicembre Cicerone pronuncia un'orazione in Senato (quarta Catilinaria), dove per cinque catilinari si decide la condanna a morte senza un regolare processo e la revoca della provocatio ad populum, il diritto di appellarsi al popolo (Cesare aveva invece proposto il confino quale condanna per i catilinari).
Catilina viene sconfitto e ucciso nel 62 a.C. nella battaglia di Pistoia contro l'esercito di Gaio Antonio Ibrida, collega di Cicerone.
