La Pro Caelio
Il 4 aprile del 56 a.C. viene pronunciata la Pro Caelio, considerata uno dei capolavori ciceroniani. Si tratta della difesa di Marco Celio Rufo, suo amico e allievo, accusato, tra le altre cose, di un grave crimine di violenza politica (de vi). In tribunale interviene come testimone Clodia, sorella di Publio Pulcro Clodio e moglie di Quinto Cecilio Metello (è la Lesbia di Catullo, vedi p. 255), la quale accusa Celio di averla derubata di oro e denaro e di aver tentato di farla avvelenare. L'assoluzione dell'imputato dipende principalmente dalla strategia difensiva attuata da Cicerone: le imputazioni maggiori vengono smontate e confuse con altre di secondaria importanza, così da risultare più facilmente confutabili; inoltre con un'abile mossa il processo contro Celio viene trasformato in un processo contro Clodia, ridicolizzata come un'amante rifiutata e dipinta come emblema della corruzione degli antichi valori di Roma e come un'autentica meretrice. Di particolare effetto sono gli studiati aspetti teatrali dell'orazione, per esempio la prosopopea di Appio Claudio Cieco, nella quale Clodia viene violentemente attaccata dal rigido avo per la propria immoralità (vedi T10). In un'alternanza di toni seri e giocosi Cicerone formula l'ideale di un'educazione lontana dal rigore arcaico e adeguata a una società agiata e mostra un'apertura politica verso quei giovani che per inesperienza, capriccio o esuberanza hanno seguito strade poco virtuose (vedi T8).
ORATORIA ANTICLODIANA
- Pro Sestio: Cicerone riflette sulla situazione politica e promuove un’alleanza tra i boni cives
- Pro Caelio: grazie alla sua abilità Cicerone sposta l’obiettivo da Celio a Clodia e arriva a formulare un nuovo modello di educazione
- Pro Milone: il discorso pronunciato in tribunale si conclude con un insuccesso; a noi è giunta una rielaborazione
