Nel secondo e nel terzo libro si esaminano rispettivamente il diritto sacrale (le XII Tavole) e l'ordinamento politico (le magistrature) di Roma. A differenza di Platone, che propone un modello legislativo utopistico, Cicerone, come nel De re publica, basa il proprio esame su un modello reale, cioè sulla tradizione legislativa romana, nella quale convivono la normativa religiosa e quella civile.
La difesa delle antiche leggi costituzionali tradisce la nostalgia dell'Arpinate nei confronti della tradizione e dei privilegi accordati alla classe dirigente. Cicerone infatti suggerisce l'accrescimento dei poteri del Senato, la cui istituzione dava sempre più allarmanti segni di sgretolamento, anche se crede che si debba evitare uno scontro frontale con il popolo, che va diretto e guidato (III, 23).