Tra le opere più significative ricordiamo gli Aratea, una libera traduzione in esametri, composta intorno al 90-89 a.C., dei Fenomeni di Aràto di Soli (III secolo a.C.), un poema didascalico ellenistico di argomento astronomico, dei quali rimane un lungo frammento di 480 versi (più tarda è invece la traduzione dei Prognostica, la seconda sezione del poemetto di Aràto); ricordiamo inoltre alcuni poemi epici di impianto celebrativo, due dei quali, il De consulatu suo (di cui un ampio frammento è citato nel De divinatione) e il De temporibus suis, scritti da Cicerone per celebrare le proprie stesse imprese. ll De consulatu suo, in particolare, conteneva un verso divenuto subito famoso in quanto espressione emblematica e risibile della vanagloria dell'autore:
O fortunatam natam me consule Romam
«O fortunata Roma, nata sotto il mio consolato»
Un poema epico autocelebrativo, di cui non rimane nulla, doveva essere anche il De temporibus suis, a cui allude Cicerone in alcune lettere scritte tra il 56 e il 54 a.C.; forse una continuazione del De consulatu suo, sull'esilio e sul ritorno trionfale a Roma nel 57 a.C.
Cicerone traduce inoltre liberamente diversi passi tratti dai poemi omerici e soprattutto dalle opere dei tre tragici greci, includendo tali versioni nelle opere in prosa della maturità.