1. Quo usque… arbitraris?
Quo usque… nostra?: "fino a quando insomma abuserai, Catilina, della nostra pazienza?". Abutēre sta per abuteris, seconda persona singolare del futuro semplice di abutor; regge l'ablativo patientia (da patior, "sopportare"). Cicerone ricorre al plurale (nostra): non è semplicemente un pluralis maiestatis, ma esprime il comune sentire di tutti i senatori. Quam diu… elūdet?: "per quanto tempo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi?". L'antitesi tra i due aggettivi (iste e tuus), il primo dei quali dotato di forte carica spregiativa, e il pronome (nos) marcano studiatamente il distacco tra il nemico e gli uomini preposti alla tutela delle istituzioni dello Stato. Quem ad finem… audacia?: "fin dove si spingerà la tua sfrenata temerarietà?". Il termine audacia vale qui "azione temeraria", ha cioè un'accezione prettamente negativa, in quanto indica l'atteggiamento di disobbedienza e di lotta all'ordine costituito. L'aggettivo effrenata (effrenatus, da ex + frenum), con cui si qualifica l'audacia di Catilina, crea un implicito paragone tra Catilina e un cavallo privo di freni ormai sfuggito al controllo del cavaliere. Nihilne te… moverunt: Cicerone elenca qui tutti gli elementi dai quali Catilina avrebbe dovuto capire di essere stato scoperto, ragione per cui non avrebbe dovuto presentarsi alla seduta del Senato: la sorveglianza del Palatino (nocturnum praesidium Palati), le sentinelle di guardia in città (urbis vigiliae), il timore del popolo, l'accorrere dei boni cives in quella seduta straordinaria, la scelta del tempio di Giove Statore per riunire il Senato, luogo particolarmente protetto e quindi sicuro (hic munitissimus habendi senatus [= ad habendum senatum] locus; l'espressione habere senatum significa "convocare il Senato"). Lo sdegno di Cicerone è efficacemente espresso nell'interrogativa tramite l'enfatica anafora dell'accusativo avverbiale nihil, l'allitterazione in nihilne… nocturnum, il parallelismo nihil hic… nihil horum, la collocazione dell'oggetto te in apertura di frase e del verbo in clausola; nota inoltre come ciascun soggetto sia accompagnato da aggettivi o da determinazioni in genitivo. L'espressione concursus bonorum omnium contiene in nuce il progetto del consensus omnium bonorum che sarebbe stato organicamente espresso nella Pro Sestio del 56 a.C. (vedi p. 423). Ora voltusque è endiadi; puoi tradurre "le espressioni dei volti". Sono i volti dei senatori presenti, ai quali ci si riferisce con horum, che ha valore deittico.
Patēre tua… non vides?: "non ti accorgi che i tuoi piani sono scoperti (patēre), non vedi che la tua congiura è ormai tenuta a freno (constrictam… tenēri) dalla piena consapevolezza di tutti costoro?". Le due frasi interrogative presentano una struttura simmetrica e parallelistica secondo cui alle infinitive seguono i verbi principali (non sentis… non vides). Consilia ha qui l'accezione negativa di "macchinazioni", "trame", "progetti criminosi". Quid proxima… arbitraris?: le interrogative indirette ("che cosa hai fatto la scorsa notte, cosa in quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, quale decisione hai preso") anticipano la principale ("chi di noi ritieni che lo ignori?") collocata in clausola. Quos convocaveris allude ai congiurati; consilii è genitivo partitivo retto dal pronome interrogativo quid.
2. O tempora… machinaris
O tempora, o mores!: l'esclamazione, divenuta proverbiale, sottolinea enfaticamente lo sdegno per la situazione scandalosa denunciata. Cicerone la usa anche in altre orazioni (per esempio in Verrinae II, 4, 55). haec: si riferisce al precedente consilia. hic: Cicerone ora cita Catilina in terza persona e lo addita tra gli astanti; come il seguente istius (r. 12) il pronome ha una forte connotazione spregiativa. vivit. Vivit?: l'anafora sottende l'adiectio, figura retorica con cui si corregge e si amplifica il significato del verbo. publici consilii partĭceps: partĭceps regge il genitivo.