tratto da Philippicae III, 34-36 [LATINO/ITALIANO]
La terza Filippica viene pronunciata in Senato, presso il tempio della Concordia, durante la seduta del 20 dicembre del 44 a.C. convocata, in assenza dei consoli e dei pretori, dai tribuni della plebe per sottoporre ai senatori la proposta di concedere un presidio armato ai nuovi consoli Aulo Irzio e Gaio Pansa, che sarebbero entrati in carica il 1° gennaio del 43 a.C. Antonio aveva tentato, tramite il fratello Lucio, di costringere Decimo Bruto a cedergli la Cisalpina; dal momento che Bruto dichiara con un editto di voler difendere la sua provincia con le armi, si profila all'orizzonte una nuova guerra civile. Cicerone invita i senatori a non tollerare l'azione empia e nefanda di Antonio: solo assalendolo con le armi e con le deliberazioni si eviterà la morte dei cittadini onesti e la schiavitù di tutti i Romani.
intrecci LETTERATURA
Antonio secondo Shakespeare
Un ritratto di Antonio molto diverso dal ciceroniano è quello tratteggiato da William Shakespeare (1564-1616) in una delle sue tragedie più celebri, Antonio e Cleopatra, rappresentata per la prima volta intorno al 1607 e più volte adattata anche per il cinema (tra gli altri da Joseph L. Mankiewicz in Cleopatra, pellicola del 1963 interpretata da Richard Burton ed Elizabeth Taylor). Incentrata sulla relazione amorosa tra i due protagonisti, la tragedia racconta le ultime fasi della guerra civile, dal matrimonio di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano, alla battaglia di Azio, e si conclude, dopo il suicidio di Antonio che spira tra le braccia di Cleopatra, con il suicidio anche di quest'ultima. Basata soprattutto sulla Vita di Antonio del biografo greco Plutarco (I-II secolo d.C.) e caratterizzata, a dispetto della conclusione, dalla presenza di tratti scopertamente umoristici, l'opera presenta in una luce ambigua i due protagonisti, che sono allo stesso tempo personaggi positivi per lo slancio passionale che li unisce, dai tratti anche sublimi («Negli occhi e sulle labbra c'era l'eternità, beatitudine nell'arco delle ciglia; nessuna nostra parte era tanto povera da non essere figlia del cielo», trad. G. Sacerdoti), e negativi per i vizi e le debolezze che li rendono persino buffi agli occhi degli spettatori, sicché la tragedia può essere definita come un'opera aperta a diverse e finanche contraddittorie possibilità di interpretazione. Non è privo di fascino, in ogni caso, l'accostamento delle veementi Filippiche ciceroniane al personaggio immaginato da Shakespeare, che all'inizio del dramma, calato ormai nel suo ruolo di amante della regina d'Egitto, pronuncia queste terribili, memorabili parole: «Che Roma si sciolga nel Tevere, e cada l'ampio arco del ben ordinato impero. Questo è il mio spazio. I regni sono argilla. Il letamaio della terra nutre tanto la bestia quanto l'uomo».
Giambattista Tiepolo, Il banchetto di Antonio e Cleopatra, 1743.
Melbourne, National Gallery of Victoria.