T27 Un tristissimo saluto alla famiglia
- tratto da Ad familiares XIV, 4 [ITALIANO]
Per effetto della legge con valore retroattivo de capite civis Romani, fatta approvare nel 58 a.C. dal tribuno della plebe Clodio Pulcro, Cicerone viene processato per l'illegale condotta tenuta con i catilinari e si vede costretto ad allontanarsi da Roma. Questa lettera è scritta il 29 aprile del 58 a.C. a Brindisi, da dove egli sta per salpare alla volta di Cìzico, in Asia Minore; durante il viaggio, però, cambierà idea e si fermerà a Tessalonìca, in Macedonia. Il senso della tragedia personale determinato dall'esilio e dalla mancanza degli affetti più cari rivive in una delle più commoventi lettere che Cicerone indirizza alla famiglia. In essa l'immagine dell'uomo afflitto convive con quella del padre che, sebbene lontano, provvede alla gestione del patrimonio e non trascura nemmeno gli affari di minore importanza.
Tullio1 saluta i suoi cari Terenzia, Tullia e Cicerone2
1. Io vi spedisco lettere meno spesso di quanto potrei poiché, se tutti i miei momenti
sono infelici, tuttavia quando vi scrivo o leggo le vostre lettere sono sopraffatto
dalle lacrime al punto che non posso resistere. Oh, se fossi stato meno desideroso
5 di vivere! Certamente non avrei visto alcun male nella mia vita, o non molto. Se la
sorte mi ha conservato per qualche speranza di recuperare qualche bene un giorno
o l'altro, allora non ho sbagliato così gravemente; se invece questi mali sono definitivi,
io desidero vederti il più presto possibile, vita mia, e morire tra le tue braccia,
poiché né gli dèi, che tu hai venerato con la massima devozione, né gli uomini, al cui
10 servizio sempre io mi sono messo, ci hanno ricambiato con qualche gratitudine. […]
3. Sono davvero disperato e avvilito! Che fare ora? Devo chiederti di venire, povera
donna malata e distrutta nel corpo e nell'animo? Non te lo devo chiedere? E così
rimanere senza di te? Potrei fare così, mi pare: se c'è speranza di un mio ritorno,
rafforzala e favorisci la cosa; se al contrario, come io temo, tutto è perduto, vedi di
15 raggiungermi, in qualunque modo. Sappi solo questo: se avrò te, non mi sembrerà
di essere del tutto perduto. Ma che cosa accadrà alla mia cara, dolce Tullia? Pensate
voi ora a questo; a me manca la facoltà di decidere. Ma certo, in qualunque modo
andranno le cose, bisognerà preoccuparsi del matrimonio e del buon nome di quella
poverina. E poi? Che cosa farà il mio caro Cicerone? Vorrei sempre tenerlo stretto
20 fra le mie braccia. Non posso più scrivere oltre; la pena me lo impedisce.
4. Non so che cosa ne sia stato di te, se conservi qualcosa o se, come temo, sei stata
spogliata di tutto. Spero che Pisone sarà sempre dalla nostra parte, come mi scrivi.3
Quanto alla liberazione dei servi, non c'è motivo che tu ti preoccupi. Anzitutto ai
tuoi è stata fatta la promessa che avresti trattato ciascuno secondo i suoi meriti; e
25 fino ad ora Orfeo ha fatto il suo dovere, ma oltre a lui proprio nessuno. La situazione
degli altri servi è questa: se il mio patrimonio andasse perduto, sarebbero miei liberti,
posto che riuscissero ad ottenerlo; se invece continuassero ad appartenermi,
rimarrebbero servi, tranne pochissimi. Ma questo è il meno.
1. Tullio: nelle lettere indirizzate ai membri della sua famiglia e al liberto Tirone Cicerone usa il proprio nomen, Tullio.
2. Cicerone: si riferisce al figlio minore, Marco, così come alla r. 19.
3. Pisone… come mi scrivi: Pisone è il primo marito di Tullia, adoperatosi per far tornare il suocero in patria; muore nel 57 a.C.