Per qualcuno potrebbe essere una questione di decoro, di stile. E in fondo anche per me è stato questo, fino ancora a poco fa. La fuga è… sciatta. Obbliga a comportamenti affrettati, impropri, soprattutto per chi si pretende cultore della bellezza. Ma a sessantaquattro anni, il culto della bellezza t'accorgi… io, almeno, m'accorgo… che non è e non poteva essere il punto d'arrivo.
Queste parole sono pronunciate da Cicerone nel "racconto sceneggiato" (pensato, dunque, soprattutto per la messa in scena) La morte di Cicerone, pubblicato nel 1995 da Carlo Fruttero (1926-2012) e Franco Lucentini (1920-2002). Nel testo, ispirato al racconto che delle ultime ore dell'oratore ha lasciato Livio (vedi p. 417), si immagina che il protagonista attenda l'arrivo dei sicari che lo uccideranno in compagnia del liberto Tirone, suo segretario, e della schiava Prisca, governante della villa di Formia, ai quali confida le proprie riflessioni. Confrontandosi con la fine imminente, Cicerone medita sulle vicende che hanno coinvolto lui stesso e i suoi nemici e, più in generale, sul senso stesso della vita; a Prisca, che gli chiede «E allora perché è qui?», risponde:
Per guardarmi indietro. Per sapere quello che veramente sono stato, e non quello che ho creduto di essere. Mi sono sempre immaginato come una statua. Una statua da consegnare ai posteri. MARCO TULLIO CICERONE. Tutto d'un pezzo. Ma il futuro sarà strapieno di statue! Che m'importa di lasciargliene una di più? […] I tradimenti e le infamie, domani, saranno dimenticati. I triumviri avranno i loro busti. Il ruffiano Lepido… Il ragazzotto Ottaviano… Antonio l'inveterato ubriacone… Sono già nati così: di stupido marmo. Di solido, compatto, stupido marmo. Senza incrinature e senza sorprese. Busti banali e ottusi come migliaia di altri, con gli stessi occhi ciechi. Io, sono di un'altra razza.
(C. Fruttero, F. Lucentini, Opere di bottega, a c. di D. Scarpa, Mondadori, Milano 2019)
Al disincanto con il quale Cicerone guarda alle passate speranze di fama presso i posteri si unisce, dunque, l'orgoglio per la propria statura di uomo, contrapposta al disprezzo professato verso i nuovi padroni di Roma, Ottaviano, Antonio e Lepido. Fruttero e Lucentini dichiarano nella premessa la propria ammirazione per l'oratore: «nessuno dei grandi uomini dell'antichità c'è mai parso più vicino, più congeniale, più affascinante di lui». Dal racconto emerge infatti il ritratto di una figura tragica ma anche quello di un sapiente, che affronta la morte con atteggiamento socratico (di Socrate sono citate peraltro le ultime parole, tratte dall'Apologia di Socrate di Platone).
Quello di Fruttero e Lucentini è anche un Cicerone colto nella sua dimensione più intima e familiare, un uomo legato da sincero affetto alle due figure con cui si confida poco prima di morire: un personaggio che può facilmente richiamare il Cicerone "privato" dell'epistolario, con il quale risulta particolarmente interessante metterlo a confronto.
