T28 Non son chi fui

  • tratto da Ad Atticum III, 10, 2-3 [LATINO/ITALIANO]

In questa lettera ad Attico, scritta a Tessalonìca il 17 giugno del 58 a.C., Cicerone, benché il suo non sia stato un vero e proprio esilio, si rappresenta come un esule e assimila il proprio allontanamento da Roma e dall'attività politica a un'esperienza di "morte in vita".

Traduzione: C. Di Spigno

2. Nam quod me tam saepe et tam vehementer obiurgas et animo infirmo esse dicis,
quaeso, ecquod tantum malum est quod in mea calamitate non sit? Ecquis umquam
tam ex amplo statu, tam in bona causa, tantis facultatibus ingeni, consili, gratiae,
tantis praesidiis bonorum omnium concĭdit? Possum oblivisci qui fuerim, non sentire
5 qui sim, quo caream honore, qua gloria, quibus liberis, quibus fortunis, quo fratre?
Quem ego, ut novum calamitatis genus attendas, cum pluris facĕrem quam me
ipsum semperque fecissem, vitavi ne vidērem, ne aut illius luctum squaloremque
aspicĕrem aut me quem ille florentissimum reliquerat perdĭtum illi adflictumque
offerrem. Mitto cetĕra intolerabilia; etĕnim fletu impedior. Hic utrum tandem sum
10 accusandus quod doleo, an quod commisi ut haec aut non retinērem, quod facile
fuisset nisi intra pariĕtes meos de mea pernicie consilia inirentur, aut certe vivus
non amittĕrem?

2. Nam quod… non amittĕrem In realtà circa i rimproveri che mi muovi tanto spesso e tanto energicamente, dicendo che sono fragile di carattere, rispondimi un po', per favore, esiste un male tanto grave che non si ritrovi nella calamità di cui sono vittima? C'è stato mai qualcuno che sia decaduto da una posizione così elevata, per una causa tanto onorevole, avendo a disposizione sì spiccate risorse di intelligenza, ponderazione, influenza politica e tanto valida difesa di tutte le persone oneste e degne? Potrei dimenticare che cosa sono stato? Non rendermi conto di ciò che sono ora, di quale dignità di rango sono privo, di quale gloria, di quali figli, di quali beni di fortuna, di quale fratello? Questo fratello, tanto perché non ti sfugga il nuovo tipo di calamità, pur tenendolo ed avendolo sempre tenuto in maggior conto di me stesso, ebbene ho dovuto evitare di vederlo, per non trovarmi né a volgere lo sguardo su di lui ridotto in stato desolante dal prorompente dolore, né a mostrargli me stesso rovinato e gettato a terra dalla condizione di prestigioso rilievo in cui mi aveva lasciato. Passo sotto silenzio tutte le altre amarezze insopportabili, poiché il pianto mi impedisce di parlarne. A questo riguardo, infine, io merito riprovazione perché sto qui a dolermi, oppure perché mi sono adattato o a non conservare gli attributi della mia posizione – e sarebbe stato facile salvaguardarli, se i piani per rovinarmi non avessero preso inizio tra le pareti di casa mia – o almeno a perderli esclusivamente insieme con la vita?
Nam: lett. "infatti", ma qui con valore avversativo ("in effetti"); nella frase precedente Cicerone aveva detto: «Ma ciò nonostante, finché vorrete che io continui a sperare, vi asseconderò». quod: "quanto al fatto che" (la congiunzione si può usare in questo senso all'inizio di un periodo). quaeso: lett. "[ti] prego [di dirmi]". ecquod: introduce la prima di una serie di domande retoriche che presuppongono una risposta negativa. ingeni, consili, gratiae: i tre sostantivi indicano rispettivamente l'intelligenza, la saggezza e l'autorevolezza (il "favore" di cui si gode). oblivisci… qui sim: nota il parallelismo contrastivo ("dimenticare chi sia stato, non vedere chi sia"). ut… attendas: è una proposizione finale di senso (amaramente) ironico: "affinché tu possa osservare un nuovo genere di disgrazia"; novus, come spesso in latino, ha il valore pregnante di "mai visto prima". cum… fecissem: è una proposizione concessiva. Facĕrem, accompagnato dall'avverbio pluris, assume qui il significato di "stimare", come anche il successivo fecissem. vitavi ne vidērem: del mancato incontro con il fratello Quinto siamo edotti anche da un'epistola del 13 giugno del 58 a.C. indirizzata proprio a Quinto, al quale Cicerone spiega le ragioni per cui ha preferito non mostrarglisi: «Non avresti visto tuo fratello, non quello che avevi lasciato, non quello che conoscevi, non quello che tu in lacrime avevi lasciato andare piangente e che mentre partivi voleva accompagnarti, non avresti visto nemmeno una traccia né un'immagine di lui ma, per dir così, la figura evanescente di un morto che respira» (Ad Quintum I, 3, 1). florentissimum: "nel fiore della fama e della gloria". perdĭtum… adflictumque: "rovinato e afflitto"; il primo termine indica le condizioni oggettive, il secondo lo stato d'animo. Mitto: "ometto". Hic: lett. "qui", cioè in tali circostanze. tandem: "infine", ma con senso enfatico. utrum quod… an quod: "o perché… o perché". quod commisi ut haec aut… aut: "poiché queste colpe (haec, prolettico) ho commesso, o di… o di". intra pariĕtes meos: "tra le pareti di casa mia", quindi a opera di persone che riteneva amiche. vivus non amittĕrem: "non perderle [restando] vivo".