I rapporti con il genero
In effetti Dolabella si era rivelato un uomo senza scrupoli, dedito alle bevute e alle donne, manteneva un'amante e aveva dissipato il patrimonio della moglie. Cicerone deplora il fatto che la figlia sia andata in sposa a un uomo che la trascura e che non rispetta il suo decoro di donna appartenente alla famiglia di un ex console. La trascuratezza (negligentia, r. 3) che Cicerone si rimprovera allude probabilmente alle sue scelte politiche, che crearono divergenze tra lui e il genero e incrinarono la vita coniugale della figlia.
Nella seconda parte della lettera Cicerone comunica alla moglie l'intenzione di mandare il figlio Marco e l'amico Gneo Sallustio da Cesare, che si trova in Asia; spera infatti di poter in questo modo ottenere il permesso di tornare a Roma; farà ritorno in Italia nel 47 a.C. Del suo progetto Cicerone parla anche in una lettera ad Attico (XI, 17a, 1).
I matrimoni di Tullia
Nel 66 a.C. Cicerone promette in sposa la figlia a Gaio Calpurnio Pisone Frugi, un nobile onesto; rimasta vedova, Tullia il 4 aprile del 56 a.C. viene promessa a Furio Crassipede, di famiglia nobilissima, da cui divorzia tre o quattro anni dopo; si sposa per la terza volta nel 50 a.C. con il diciannovenne Dolabella, più giovane di lei di otto anni (si era separato da una donna più grande di lui, sposata, pare, solo per interessi economici). Nel 47 a.C. Tullia abbandona il marito; l'anno dopo, a maggio, la coppia si riappacifica e Tullia rimane incinta, ma i due coniugi divorziano alla fine dell'anno e Dolabella restituisce senza esitazione la dote. Tullia torna nella casa del padre al Palatino, nel gennaio del 45 a.C. partorisce e muore a febbraio.