[…] compito […] dell'ultimo libro del de officiis è mostrare la necessaria identità di honestum
e utile: detto in altri termini, l'opportunità che criterio dell'utile sia lo stesso honestum
(la volontà politico-sociale dei ceti che dell'honestum si ritengono i detentori). […]
Nell'ottica di Cicerone, l'unica utilità ammissibile viene a essere quella della res publica,
5 a sua volta identificata con l'incarnazione dei valori nei quali i boni si riconoscono.
[…] Le esigenze di difesa dello stato contro gli inprobi portano a una tendenziale
subordinazione alla utilitas rei publicae di ogni altro valore e interesse; d'altra parte, la
stessa utilitas rei publicae ha la necessità di presentarsi come honestas: di fondarsi sui
valori etici per non apparire come brutale cinismo del potere. Deve perciò ostentare, nei
10 confronti dell'honestum, una deferenza che può talora significare anche reale sottomissione
[…]. I pericoli più gravi per la convivenza degli uomini nascono, agli occhi di Cicerone,
da un'idea di utilitas che non sa subordinarsi alla honestas. Perseguire il proprio
commodum a detrimento degli altri è cosa contraria alle leggi della natura e della società.
Il modello negativo dell'uomo unicamente proteso al conseguimento del proprio
15 utile si costituisce a partire dai tratti parzialmente deformati di figure reali. Il terzo libro
del de officiis dà così largo spazio a un dibattito sull'etica mercantile, che serve a mostrare
come dal mondo dei commerci promani una malitia insidiosa e pericolosa, pronta
ad ogni simulazione e ad ogni menzogna pur di accrescere il profitto. Nella vita politica,
i populares e i loro seguaci stanno a rappresentare da un lato le forze che aspirano a
20 violare la iustitia sottraendo i beni ai legittimi proprietari (ricordiamo l'interpretazione
ciceroniana delle leggi agrarie), dall'altro la disposizione alla frode e alla simulatio, il
disinvolto venir meno alla fides (l'esempio di Mario in off. III 79). Si comprende l'attacco
frontale che Cicerone conduce contro l'epicureismo in off. II 117 sgg.: in una morale che
sembra subordinare ogni azione a un egoistico calcolo dell'utile e del piacere, egli vede
25 un attentato alla iustitia e in generale alle virtù sociative.
(E. Narducci, Una morale per la classe dirigente, in M.T. Cicerone, I doveri, Fabbri Editori, Milano 2007)