Frequenti sono le sequenze di parole recitate da un solo attore quasi senza prendere fiato (sono le cosiddette “tirate comiche”), o le risse verbali fra due personaggi, che si scambiano fantasiose offese.
Al contempo, frequentissimi sono anche gli stilemi affettivi, che, nei dialoghi, hanno lo scopo di convincere l’interlocutore catturandone l’attenzione attraverso vezzeggiativi (o mea vita, “vita mia”, vedi T4), ripetizioni (mane, mane, “aspetta, aspetta!”, Asinaria, v. 229) e interiezioni (hercle, “per Ercole!”, vedi T2).
Sempre prendendo spunto dal linguaggio parlato, Plauto predilige in generale la paratassi* rispetto all’ipotassi*; ricorre poi diffusamente alla frase nominale (vale a dire priva della forma verbale, come al v. 713 dell’Aulularia, Quem? Quis?, dove i due pronomi interrogativi sottintendono il verbo, che si ricava da quanto precede: Tene, tene à T9), mentre verbi dal significato generico, come facio e dico, sono usati al posto di termini più specifici.