APPROFONDIAMO – LA BATTAGLIA A FAVORE DELL’ABORTO
Nel 1978 la legge 194 rendeva legale per la prima volta in Italia l'interruzione di gravidanza. Fino a quel momento l'aborto era reato, perciò si praticava clandestinamente, in condizioni spesso molto rischiose, specialmente per le donne meno abbienti. Secondo le stime del collettivo Rivolta femminile, in Italia si praticavano almeno un milione di aborti l'anno.
La formulazione e l'approvazione della legge promossa dal Partito radicale furono accompagnate, oltre che da un lungo dibattito in Parlamento, da discussioni, incontri e cortei da parte di un ricco panorama di gruppi femministi, che ponevano, tra altri temi, la questione della libertà della donna di decidere sul proprio corpo.
La legge 194 lasciò però insoddisfatte molte femministe, poiché non seguiva né la via della piena liberalizzazione dell'aborto proposta da alcuni gruppi, né la via della depenalizzazione proposta da altri, ma quella della regolamentazione. In questo modo veniva riconfermata l'autorità esterna dello Stato, ai cui permessi e procedure era necessario sottostare per effettuare l'interruzione volontaria di gravidanza. La legge 194/77, infatti, permette l'aborto entro certe condizioni, ovvero solo nelle strutture ospedaliere e fino ai primi 90 giorni di gravidanza (tra il quarto e il quinto mese è possibile ricorrervi solo per ragioni terapeutiche), punisce l'aborto praticato privatamente, impone alle minorenni il consenso dei genitori o del giudice tutelare, sancisce il diritto all'obiezione di coscienza da parte dei medici.
Le femministe, pertanto, accolsero questa legge ma con l'intento di migliorarla. Negli anni successivi, grazie alle politiche di contraccezione, si è registrata una notevole riduzione del numero di aborti rispetto ai casi stimati prima dell'entrata in vigore della legge.
