Situarsi nella propria esperienza particolare non significa isolarsi, ma creare connessioni. Facciamo un esempio: hai mai sentito dire che, nell'affrontare i temi legati all'immigrazione, gli italiani hanno dimenticato di essere uno dei popoli che è emigrato di più? Si calcola che tra emigranti e i loro discendenti ci sia un'altra Italia in giro per il mondo; nell'albero genealogico di ciascuno di noi c'è qualche emigrante.
Cosa succederebbe se facessimo veramente i conti con questa storia? Se approfondissimo il percorso di chi è partito, le sue scelte e l'influenza che ha esercitato sul resto della famiglia, allargando via via lo sguardo al nostro paese, al nostro continente, al mondo? Questo modo di procedere è lo stesso suggerito da Adrienne Rich. Per la poetessa statunitense, la politica del posizionamento nasce dal rifiuto della pretesa universalista del femminismo, che anche lei per un certo tempo ha condiviso e che si manifesta in frasi come "le donne sono state sempre e ovunque asservite all'uomo", oppure "le donne hanno sempre avuto l'istinto materno". In simili affermazioni, tutte le donne vengono ricondotte a una categoria generica, che cancella le loro diverse esperienze di vita. Rich, dunque, ricostruendo il suo vissuto di donna, ebrea, lesbica e femminista, decide di esplorare la sua traiettoria di vita iniziando non da un continente o da una nazione, ma dal posto più vicino geograficamente, e cioè il proprio corpo. A questo proposito dichiara:
scrivere […] "il mio corpo" mi spinge all'interno dell'esperienza vissuta e nella sua particolarità: vedo cicatrici, sfregi, appannamenti, danni, perdite ma anche tutto ciò che mi fa piacere. Le ossa ben nutrite dalla placenta; i denti di una persona borghese che è stata visitata due volte all'anno dal dentista sin dall'infanzia. La pelle bianca, segnata dalle cicatrici di ben tre gravidanze, da una sterilizzazione consapevole, da un'artrite cronica, da quattro operazioni, da depositi di calcio, da nessuno stupro e da nessun aborto, da lunghe ore alla macchina da scrivere, la mia non quella di un ufficio, e così via. Dire "il corpo" mi offre un'altra prospettiva rispetto alla prima. Dire "il mio corpo" riduce la tentazione di asserzioni grandiose.
A. Rich, Blood, Bread, and Poetry: Selected Prose 1979-1985, Norton & Company, New York 1996, medmedia.it/review/numero2/it/art3.htm.
Così, attraverso il corpo, l'autrice ripercorre i momenti essenziali della sua vita, che la mettono in relazione con altre vicende sociali, culturali e politiche come cerchi concentrici che si dilatano in un lago. Rilegge la sua nascita, in un reparto per donne bianche, all'interno di un ospedale che separava i bianchi e i neri dalla sala parto all'obitorio; la sua infanzia come ebrea, mentre a 3000 miglia di distanza si affermava il Terzo Reich; la rabbia e la frustrazione per il rifiuto delle organizzazioni politiche di sinistra, alle quali partecipava, di affrontare il tema della lotta delle donne; la sua esperienza come statunitense, poiché riconosce che non basta dire, sulla scia della scrittrice britannica Virginia Woolf (1882-1941) «come donna la mia patria è il mondo intero», per liberarsi veramente della propria patria.

Attività
Prova anche tu a fare un esercizio simile: ripercorri la storia del tuo corpo e delle sue trasformazioni, dei segni che porta e che sono più o meno visibili, delle somiglianze che evocano legami con chi ti ha preceduto, del colore della tua pelle e di ciò che significa. Scoprirai che il corpo è molto di più che un involucro materiale, è un diario in cui si sovrappongono molte storie.