T14

Renzo nel tumulto di Milano

Cap. 13

Renzo, entrato a Milano, trova la città in rivolta per l’aumento del prezzo del pane. Risucchiato dal «vortice», assiste alla devastazione dei forni e all’assedio alla casa del vicario di provvisione, cioè il funzionario incaricato del vettovagliamento della città, che il popolo ritiene responsabile della situazione. In preda a una rabbia incontrollabile, la folla cerca di scardinare il portone del palazzo mentre il vicario, terrorizzato, si rifugia nel solaio. Per sua fortuna di lì a poco giungerà il gran cancelliere Ferrer in persona a metterlo in salvo nella sua carrozza, promettendo ai rivoltosi un rapido e severo processo.

Renzo, questa volta, si trovava nel forte1 del tumulto, non già portatovi dalla piena,

ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima proposta di sangue,2 aveva sentito

il suo rimescolarsi tutto: in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse

bene o male in quel caso; ma l’idea dell’omicidio gli cagionò un orrore pretto3 e

5      immediato. E quantunque, per quella funesta docilità degli animi appassionati

all’affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario era la cagion

principale della fame, il nemico de’ poveri, pure, avendo, al primo moversi della

turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per

salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione,

10    s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata4 in cento

modi. Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri,

con pali e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola: altri poi, con pietre,

con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro,

scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una

15    breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello

stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato

dalla gara disordinata de’ lavoranti: giacché, per grazia del cielo, accade talvolta

anche nel male quella cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti

divengano un impedimento.

20    I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spediron subito a

chieder soccorso al comandante del castello, che allora si diceva di porta Giovia;5

il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi

in cammino, e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto

assedio; e fecero alto6 lontano da quella, all’estremità della folla. L’ufiziale che li

25    comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che una, lasciatemi

dire, accozzaglia di gente varia d’età e di sesso, che stava a vedere. All’intimazioni

che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo,7 rispondevano con un cupo e

lungo mormorìo; nessuno si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all’ufiziale

cosa non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno

30    terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva una tale istruzione.8

Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e a sinistra, e andare avanti a portar

la guerra a chi la faceva,9 sarebbe stata la meglio;10 ma riuscirvi, lì stava il punto.

Chi sapeva se i soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece

di romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber trovati a sua

35    discrezione, dopo averla aizzata. L’irresolutezza11 del comandante e l’immobilità

de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavan12 vicino a loro,

si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo;13

quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di14 provocarli, con visacci

e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano che ci fossero; i

40    guastatori seguitavano a smurare,15 senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa;

gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli.