ANALISI E COMPRENSIONE DI UN DOCUMENTO – VERSO L’ESAME 7 Nel corso dell’unità abbiamo studiato due modelli di viaggio: quello di Odisseo e quello di Orfeo, entrambi esempio di acquisizione di conoscenza su di sé e sui misteri del mondo. Oggi sono molte le narrazioni di viaggio scritte o raccontate da coloro che dal proprio paese d’origine sono costretti a fuggire. Leggi il seguente brano, nel quale il regista Dagmawi Ymer ci racconta il suo viaggio dall’Etiopia all’Italia passando per il deserto del Sudan e le prigioni in Libia. Dopo la lettura, analizza il brano insieme ai tuoi compagni e alle tue compagne e svolgi le attività. Sono nato e cresciuto nella numero 12, la dei ferrovieri, nel quartiere di Kirkos ad Addis Abeba. Kirkos è uno dei quartieri più poveri della città. A Kirkos c’è , la stazione dei treni dell’unica linea ferroviaria di Etiopia [...]. Quando ho deciso di uscire dal mio paese non l’ho detto a nessuno, soprattutto non l’ho detto a mio padre. Non avrebbe mai accettato la mia decisione perché l’avrebbe interpretata come una fuga dalle mie responsabilità di studente universitario della facoltà di Giurisprudenza e un tradimento di tutti i suoi sacrifici per farmi studiare nelle migliori scuole di Addis. Lo avevo detto invece a mia madre e a mia sorella che vivevano ormai da alcuni anni a Washington negli Stati Uniti e avrebbero dovuto aiutarmi con i soldi durante le varie tappe del mio viaggio. [...] Prima che arrivasse la barca dal mare a prenderci c’era stato un problema con il capitano che doveva guidare la barca perché l’intermediario gli aveva promesso dei soldi che invece non gli aveva dato. Allora gli abbiamo detto che lo avremmo pagato noi all’arrivo e lui ha accettato. All’ultimo momento ci hanno detto: “Correte!” [...] Sulla barca hanno caricato pane, acqua e benzina. Non c’era una pila, non c’erano attrezzi, neanche una pinza. Gli accendini li avevano sequestrati perché è pericoloso portarli sulla barca con le taniche di benzina. Io avevo un accendino che aveva una piletta all’interno e prima di consegnarlo l’avevo smontato e avevo tenuto la piletta. Quando i miei amici mi hanno visto ridevano, ma io ero sicuro che ci sarebbe servita. Con me avevo anche la bussola che avevo portato da Addis e che tenevo sempre in tasca. Un libico è salito con noi sulla barca e ci ha accompagnato per trecento metri, con il braccio ci ha indicato la direzione e ci diceva di mantenere la bussola sempre tra lo zero e i dieci gradi nord-ovest; poi si è buttato in mare ed è tornato indietro a nuoto. La prima notte e il primo giorno il mare era calmo, la seconda notte è diventato molto mosso. Tullu e Fuad si erano rassegnati, stavano immobili e mi domandavano: “L’acqua è come ieri vero? Il mare non è mosso, non ci sono problemi?” e io gli rispondevo di non preoccuparsi, che il mare non era tanto mosso. L’acqua entrava nella barca e Jamal la raccoglieva e la buttava in mare. Il secondo giorno abbiamo incontrato una piattaforma per l’estrazione del petrolio ed eravamo felici perché si dice che se la superi sei in acque internazionali. Di giorno il mare era calmo ma la notte diventava mosso. Durante il giorno mentre il capitano riposava, al timone si è messo un ragazzo senza esperienza così ha fatto girare la barca e la bussola è come impazzita e ha perso la direzione. Per fortuna io avevo ancora con me la bussola e con quella abbiamo ritrovato la rotta. La seconda notte, il mare era di nuovo mosso, un diacono ortodosso eritreo pregava cantando, mi sembrava di vedere gli alberi e le colline tutto intorno. La mattina del terzo giorno il mare era ancora mosso, abbiamo avvistato una nave militare. [...] Quando la marina militare ci ha tratto in salvo hanno lasciato andare la nostra barca alla deriva e hanno preso solo il motore. Quando ho visto la nostra barca dalla nave ho avuto paura, era un guscio in mezzo al mare. Siamo arrivati a Lampedusa, era il 10 luglio 2006, c’erano tanti turisti che facevano il bagno e ci guardavano stupiti. [...] Nel campo di Lampedusa ho incontrato un ragazzo della Costa d’Avorio magrissimo che mi ha raccontato che loro erano rimasti in mare per quindici giorni ed erano tutti morti tranne lui e poche altre persone. [...] Se potessi tornare indietro non rifarei questo viaggio. A ogni mio passo maledicevo il governo per avere buttato via la vita di tanti giovani costringendoli alla fuga, a ogni passo maledicevo il mio governo. Questo viaggio non è neppure paragonabile alla prigione nel mio paese. Se confronto il viaggio alla prigione penso che se sopravvivi alla prigione almeno sarai un testimone della storia del tuo paese agli occhi di tutti, ma se sopravvivi al viaggio non sei niente oltre te stesso, solo uno che se ne è andato. Questo viaggio è una punizione peggiore della prigione. Eppure si parte perché non c’è altro da fare, in Etiopia non ci sono le condizioni per sacrificarsi o per morire per il nostro paese sperando in un cambiamento. La morte di uno di noi in Etiopia sarebbe un sacrificio inutile. D. Ymer, , in , a cura di U. Chelati Dirar, S. Palma, A. Triulzi, A. Volterra, Carocci, Roma, 2011, pp. 335-352 kebelè kebelè La Gare Da Addis Abeba a Lampedusa: cronaca di un viaggio Colonia e postcolonia come spazi diasporici