Anche se in classe ci era proibito parlare qualsiasi lingua all’infuori del francese, ogni tanto la professoressa ci usava per esercitarsi in una delle cinque lingue da lei parlate correntemente. «lo ti odio» mi disse un pomeriggio. Il suo inglese era impeccabile. «Sul serio, ti odio profondamente.» Forse sono ipersensibile, ma la presi sul piano personale. Dopo essere stato bollato come kfdtinvfm scansafatiche, cominciai a dedicare allo studio quattro ore a sera, e anche di più se ci veniva assegnato un componimento. Probabilmente me la sarei cavata anche con meno tempo, ma ormai ero deciso a crearmi una specie di nuova identità: David il secchione, David l’esibizionista. Quando ci veniva assegnato uno di quegli esercizi in cui bisogna completare una frase, io passavo ore a inventare conclusioni idiote, e alla fine optavo regolarmente per qualcosa del tipo “Un giretto intorno al lago? Con piacere! Dammi solo il tempo di allacciarmi la gamba di legno”. La professoressa mi trasmise, a parole e con i fatti, un messaggio ben preciso: se quella era la mia identità, non voleva averci niente a che fare. Il mio timore e il mio disagio strisciarono oltre i confini dell’aula, e presero ad accompagnarmi fuori, lungo i grandi boulevard. Fermarsi a bere un caffè, chiedere indicazioni per strada, depositare soldi in banca: tutte cose fuori dalla mia portata, dal momento che prevedevano l’uso della parola. Prima di cominciare la scuola non c’era verso di farmi stare zitto, mentre adesso mi ero convinto che tutto ciò che dicevo fosse sbagliato. Quando squillava il telefono non rispondevo. Mi fingevo sordo se qualcuno mi faceva una domanda. Capii che ero sul punto di lasciarmi sopraffare dalla paura quando cominciai a chiedermi perché non ci fossero macchinette che vendevano bistecche. L’unico conforto era sapere di non essere il solo. Raccolti in piccoli capannelli nei corridoi, sforzandoci di cavare il meglio dal nostro patetico francese, io e i miei compagni di classe ci imbarcavamo in quel genere di conversazioni che solitamente si sentono nei campi profughi. «A volte io piange, quando sola di notte.» «Probabile che capita a tutti, perché anch’io. Ma prova essere più forte, tu. Tanto lavoro e vedi che un giorno tu parlare bello. Presto le persone ti vuole bene. Forse domani meglio.» Diversamente dal corso di francese che avevo seguito a New York, di competizione lì non ce n’era. Il giorno in cui la professoressa infilò una matita appena temperata nella palpebra di una timidissima coreana, non ci fu di alcun conforto il fatto di conoscere, a differenza della povera Hyeyoon Cho, il passato remoto irregolare del verbo sconfiggere. In tutta onestà va detto che la professoressa non la trafisse di proposito, ma è anche vero che le sue scuse furono piuttosto sbrigative: «Be’, dovevi solo vkkdyo più kdeynfulh». 120 125 130 135 140 145 150 155