T1 Maria Montessori
Una disciplina attiva, senza premi e castighi
Maria Montessori illustrò per la prima volta il suo approccio pedagogico nel libro Il metodo della pedagogia scientifica applicato all'educazione infantile nelle Case dei bambini, uscito nel 1909. Nel 1950 il libro venne ripubblicato con il titolo La scoperta del bambino. Nel brano che segue, l'autrice mostra l'inutilità dei castighi e dei premi, sui quali si fonda il metodo della scuola tradizionale, e chiarisce il concetto di "disciplina attiva" operante nelle Case dei bambini.
La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1999, pp. 17-54
Chi compie un'opera veramente grande e vittoriosa, non agisce mai per la sola attrattiva di ciò che noi chiamiamo col nome generico di «premio» né pel solo timore del male che chiamiamo «castigo». Se in una guerra un numeroso esercito di giganti combattesse con la sola smania di conquistare promozioni, spalline o medaglie, o pel solo timore di venir fucilato, e gli fosse contro un manipolo di pigmei1 infiammati d'amor di patria, la vittoria arriderebbe a questi ultimi. Quando l'eroismo è finito, in un esercito, i premi e i castighi non potranno far altro che compiere l'opera di disfacimento, infiltrandovi la corruzione. Tutte le vittorie e tutto il progresso umano riposano sulla forza interiore. Così un giovane studente potrà diventare un gran dottore se è spinto allo studio dalla sua vocazione; ma se lo è dalla sola speranza di un'eredità, o di un matrimonio, o di un vantaggio esteriore qualsiasi, mai diventerà un vero maestro e un gran dottore, e il mondo non farà uno straordinario progresso per opera sua. Che se poi occorrono addirittura i premi e i castighi della scuola o della vita familiare a fare studiare un giovane fino alla laurea, meglio è che questi non diventi affatto dottore. Ognuno ha una tendenza speciale e una speciale vocazione latente, forse modesta, ma certamente utile: il premio può deviare tale vocazione sul falso cammino della vanità: e così perturbare o annientare un'attività umana. […] Noi invece teniamo gli scolari in iscuola compressi tra quegli strumenti degradanti il corpo e lo spirito che sono: il banco, e il premio e i castighi esteriori, al fine di ridurli alla disciplina dell'immobilità e del silenzio […]. Si tratta di travasare meccanicamente il contenuto di programmi nella loro intelligenza: programmi compilati spesso nei ministeri e imposti per legge. Dinanzi a tale oblìo della vita, che è la vita dei nostri figli e della posterità, vien fatto di arrossire pieni di confusione e di vergogna. Veramente «oggi s'impone come bisogno urgente il rinnovamento di metodi per l'educazione e per l'istruzione; chi lotta per questo, lotta per la rigenerazione umana». […] Certamente nel nostro sistema2 abbiamo un concetto diverso della disciplina; la disciplina, anch'essa, deve essere attiva. Non è detto che sia disciplinato solo un individuo allorché si è reso artificialmente silenzioso come un muto e immobile come un paralitico. Questo è un individuo annientato, non disciplinato. Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di sé ove occorra seguire una regola di vita. Tale concetto di disciplina attiva non è facile né a comprendersi, né ad attuarsi ma certo esso contiene un alto principio educativo: ben diverso dalla coercizione assoluta e indiscussa alla immobilità.
1. Popolazione dell'Africa equatoriale.
2. Si riferisce al sistema adottato nelle Case dei bambini.